“Der Judenstaat”: lo Stato ebraico

Nel 1896 Herzl pubblicò Der Judenstaat (“lo Stato ebraico”), che può essere considerato in un certo senso il manifesto del Sionismo. Potete consultare l’opera integrale, tradotta in italiano, sul sito Torah.it, raggiungibile cliccando sui seguenti collegamenti esterni.

Di seguito potete leggere l’estratto della prima parte dell’opera (“parte generale”). Herzl spiega i motivi che lo spingono a pensare che l’antisemitismo sia una questione non risolvibile senza la fondazione di uno Stato specificamente per gli ebrei; propone due territori sui quali si potrebbe creare tale Stato (Argentina o Palestina); infine spiega le modalità di realizzazione di tale ambizioso progetto. E’ consigliata la lettura dell’opera integrale per un più chiaro quadro delle idee di Herzl.

Il problema ebraico
La misera condizione degli ebrei nessuno la disconoscerà. In tutti i paesi dove essi vivono in numero considerevole, vengono più o meno perseguitati. L'uguaglianza dei diritti è quasi dappertutto effettivamente abolita ai loro danni, anche se esiste nella legge. Già le cariche di una qualche importanza nell'esercito, negli uffici pubblici e privati, son per loro inaccessibili. Si tenta di cacciarli dal movimento commerciale: "Non comprate da Ebrei".
 
Gli attacchi nei parlamenti, nei comizi, nella stampa, dai pulpiti delle chiese, per la strada, in viaggio - esclusione da certi alberghi - e perfino nei luoghi di divertimento, crescono di giorno in giorno. Le persecuzioni hanno diverso carattere secondo i paesi ed i ceti sociali. In Russia si taglieggiano i villaggi degli Ebrei, in Rumenia si accoppa un paio di uomini, in Germania, se se ne offre il destro, si bastonano, in Austria gli antisemiti terrorizzano tutta la vita pubblica, in Algeria compaiono dei predicatori ambulanti che aizzano contro gli Ebrei, a Parigi la cosiddetta miglior società si ritira e i circoli si chiudono di fronte ad essi. Le sfumature non si contano. Del resto qui non si deve tentare una patetica enumerazione di tutte le pene ebraiche; non ci vogliamo indugiare su particolari, per quanto dolorosi essi siano. 
Non mi propongo d'invocare per noi un sentimento di commozione: tutto ciò è vano, inutile e poco dignitoso. Mi limito a domandare agli Ebrei se non sia vero che nei luoghi, dove vivono in numero considerevole, la posizione degli avvocati, dei medici, dei tecnici, degli insegnanti e degli impiegati d'ogni specie, Ebrei, diviene sempre più insostenibile; se non sia vero che tutto il nostro ceto medio ebraico è seriamente minacciato; se non sia vero che contro i nostri ricchi vengono aizzate tutte le passioni della plebaglia; se non sia vero che i nostri poveri soffrono molto più duramente di qualsiasi altro proletariato. 
Credo che l'oppressione esista dappertutto. Negli strati ebraici economicamente superiori essa produce un disagio; negli strati medi c'è un affanno grave, cupo; in quelli inferiori la nuda disperazione. 
E' un fatto che si finisce dappertutto nella stessa musica, la quale può riassumersi nel classico grido berlinese: Fuori gli Ebrei! 
Ora io enuncerò il problema ebraico nella sua forma più concisa: dobbiamo ormai andarcene "fuori"? e dove? 
Oppure possiamo ancora restare? e quanto? Sbrighiamo per prima cosa la questione del restare. Possiamo noi sperare in tempi migliori, armarci di pazienza, e attendere, rassegnati in Dio, che i principi e i popoli della terra siano venuti a più benigne  disposizioni a nostro riguardo? Io dico che non possiamo aspettarci alcuna improvvisa deviazione della corrente. Perché? I principi - anche quelli ai quali noi stiamo altrettanto a cuore quanto gli altri cittadini - non possono difenderci: attirerebbero sopra la loro persona l'odio di cui son oggetto gli ebrei, se mostrassero troppa benevolenza verso di questi. E sotto la parola "troppa" si ha da intendere meno di quella che pretende ogni comun cittadino od ogni razza. 
I popoli fra i quali abitano gli Ebrei, sono tutti quanti, velatamente o no, antisemiti. 
Il volgo non ha alcuna intelligenza storica, né può averne: non sa che le colpe del medioevo ridondano addosso sui popoli europei. Noi siamo ciò che di noi si è fatto nei ghetti. Abbiamo indubbiamente conseguita una superiorità nella negoziazione del denaro perché ad essa siamo stati spinti nell'età di mezzo. Si ripete adesso il medesimo fenomeno: ci si sospinge di nuovo al negozio di denaro, che oggi si chiama Borsa, precludendoci tutti gli altri cespiti di guadagno; siamo nella Borsa, ed ecco che questo diviene una nuova fonte di disprezzo verso di noi. Con ciò noi produciamo senza posa intelligenze medie, che non trovano alcuno sfogo e costituiscono pertanto un pericolo sociale simile a quello dei patrimoni che aumentano. Gli Ebrei colti nullatenenti cadono adesso in braccio al socialismo. La battaglia sociale dovrebbe dunque in ogni caso esser combattuta a spese nostre, poiché così nel campo capitalistico, come nel socialistico, stiamo nei punti più esposti. 

Tentativi di soluzione sin qui fatti

I mezzi artificiali, che si sono finora impiegati per rimediare alla misera condizione degli Ebrei, furono o troppo gretti - come le diverse colonizzazioni - o stortamente ideati, come i tentativi per far degli Ebrei dei contadini nella lor patria attuale.
 
Che cosa si è fatto, invero, portando un par di mila Ebrei in un'altra regione O prosperano, e allora nasce, insieme al loro patrimonio, l'antisemitismo - oppure vanno subito in ruina. Dei tentativi sin qui fatti, di trasferire i poveri Ebrei in altri paesi, ci siamo già occupati innanzi. Il trasferimento è in ogni caso insufficiente e senza scopo, se non precisamente contrario allo scopo: la soluzione viene per esso soltanto aggiornata, strascicata e forse perfino intralciata. 
Ma chi degli Ebrei vuol fare tanti agricoltori, è preso in un errore ben strano; poiché il contadino è una categoria storica, e ciò si riconosce benissimo dal suo modo di vestire, che nella maggior parte dei paesi è vecchio di secoli, come pure da' suoi utensili, che sono esattamente dell'età patriarcale. Il suo aratro è ancora tal quale, ed egli semina dal grembiale, miete con la falce e trebbia col coreggiato. Ma noi sappiamo che adesso per tutto ciò vi sono delle macchine; l'America deve riportar vittoria sull'Europa allo stesso modo che il latifondo estirpa il piccolo possesso. 
Il contadino è adunque una figura che si può metter tra quelle che vanno a scomparire; se lo si conserva artificialmente, ciò avviene in grazia degl'interessi politici a cui deve servire. Il voler fare dei nuovi contadini secondo l'antica ricetta è un'impresa assurda e folle: nessuno è abbastanza ricco o potente per far camminare a ritroso la civiltà con la violenza; già il mentenimento di uno stato di civiltà antiquato è un tremendo compito, pel quale a mala pena bastano i mezzi coattivi anche di uno Stato retto autocraticamente. 
Si vorrebbe pertanto pretender dall'Ebreo, che è intelligente, ch'egli diventi un contadino dell'antico stampo? Ciò sarebbe precisamente come se gli si dicesse: "Eccoti una balestra, va' alla guerra!" Come? con una balestra, mentre gli altri hanno armi di piccolo calibro e cannoni Krupp? Gli Ebrei, che si vorrebbero incontadinire, hanno pienamente ragione di se, in tali circostanze, non si muovono dal loro posto. La balestra è una bell'arma e mi dà un'ispirazione elegiaca, quando ho tempo. Ma appartiene al museo. 
Ora, vi sono senza dubbio regioni, dove gli Ebrei, in preda alla disperazione, si danno perfino alla coltivazione della terra, o vorrebbero darvisi; e allora si verifica il fatto che questi punti - come l'Assia in Germania e diverse province della Russia - sono i principali focolai dell'antisemitismo.
Poiché i filantropi che mandano l'Ebreo ad arare, dimenticano un'importantissima persona, che ha molto, ma molto diritto di metter bocca. E questa è il contadino. Anche il contadino ha ragione da vendere. Le tasse fondiarie, i rischi del raccolto, l'oppressione dei grossi possidenti, che lavorano più a buon mercato, e specialmente la concorrenza americana gli rendono la vita abbastanza amara. Inoltre i dazi sul grano non possono crescere all'infinito. Non si può in fondo lasciar morir di fame neppure l'operaio industriale; anzi, siccome la sua influenza è in ascesa, si deve usargli sempre maggiori riguardi. 
Tutte queste difficoltà sono ben note, e le ricordo perciò solo fuggevolmente. Volevo soltanto accennare quanto destituiti di valore furono i tentativi di soluzione fatti sin qui con intenti ben determinati e, nella maggior parte dei casi, anche lodevoli. Né il trapiantamento, né l'artificiale depressione del livello spirituale posson servire a nulla; del miracoloso sistema dell'assimilazione abbiam già detto1. 
Con simili mezzi non si può vincere l'antisemitismo: esso non può esser rimosso fin tanto che non sian rimosse le sue cause. Ma queste sono removibili? 

Cause dell'antisemitismo
Noi parliamo adesso non più delle ragioni sentimentali, dei vecchi pregiudizi e delle vecchie gretterie, ma delle ragioni politiche ed economiche. Il nostro antisemitismo odierno non può esser scambiato con l'odio nutrito contro gli Ebrei per motivi religiosi nei tempi anteriori, sebbene cotest'odio in certi paesi assuma anche presentemente un colorito confessionale. La grande molla del movimento ostile agli Ebrei è oggi un'altra: nei paesi in cui l'antisemitismo principale risiede, esso è una conseguenza dell'emancipazione ebraica. Quando i popoli civili scorsero l'inumanità delle leggi d'eccezione e ci restituirono la libertà, la liberazione venne troppo tardi: noi non eravamo più legalmente emancipabili nei luoghi ove avevamo fin allora dimorato. Ci eravamo evoluti nel ghetto in modo strano, fino a diventare un popolo di ceto medio, e ne uscimmo per essere una temibile concorrenza al ceto medio. Così ci trovammo improvvisamente, dopo l'emancipazione, nella cerchia della borghesia e quivi abbiamo da sostenere una doppia pressione, dal di contro e dal di fuori. La borghesia Cristiana non sarebbe invero del tutto aliena dal sacrificarci al socialismo; senonché questo gioverebbe a poco.
 
Tuttavia, dove per gli Ebrei esiste, nella legge, il pareggiamento dei diritti, non si può più abolire; non solamente perché sarebbe contrario alla coscienza moderna, ma anche perché farebbe schierare immediatamente tutti gli Ebrei, poveri e ricchi, dal lato dei partiti sovversivi. 
A dir vero, non si può far niente di efficace contro di noi. Una volta si portavan via agli Ebrei i lori gioielli; ma come si potrebbe agguantar oggi il loro patrimonio liquido? Esso se ne sta al sicuro in pezzetti di carta stampati, che sono chiusi in qualche parte del mondo, forse in casseforti cristiane. Ora, si può senza dubbio colpire con tasse le azioni e le obbligazioni di ferrovie, di banche, d'imprese industriali d'ogni genere, e, dove esiste la tassa di ricchezza mobile, si può anche metter le mani sull'intero complesso del patrimonio liquido: ma tutti i tentativi di questa specie non possono essere diretti contro i soli Ebrei, e dove si volesse tentare qualcosa di simile, si sperimenterebbero tosto delle gravi crisi economiche, le quali non si limiterebbero davvero agli Ebrei che vengon colpiti per primi. Per quest'impossibilità di attaccare gli Ebrei non fa che rafforzarsi ed inasprirsi l'odio. Nelle popolazioni l'antisemitismo cresce giorno per giorno, ora per ora, e deve ancora crescere poiché le cause perdurano e non si posson rimuovere. La causa remota è lo smarrimento della nostra facoltà di assimilarci, sopraggiunto nel medioevo; la causa prossima è la nostra superproduzione d'intelligenze medie che non hanno né un deflusso verso il basso, né uno sfogo verso l'alto, cioè nessun sano deflusso e nessun sano innalzamento: verso il basso diveniamo proletari, sovversivi, costituendo i sottufficiali d'ogni partito rivoluzionario; e contemporaneamente cresce verso l'alto la nostra terribile potenza finanziaria. 

Effetti dell'antisemitismo
L'oppressione, esercitata ai nostri danni, non ci rende migliori. Noi non siamo diversi dagli altri uomini: non amiamo i nostri nemici, è verissimo. Ma sol chi è capace di vincer se stesso, potrà farcene un carico. L'oppressione produce in noi naturalmente un'animosità contro i nostri oppressori; e quest'animosità fa crescere a sua volta l'oppressione. E' impossibile uscire da questo circolo vizioso.
 
"Eppure!" diranno certi teneri sognatori "eppure è possibile! E precisamente col ricondurre gli uomini alla bontà." 
Ho proprio bisogno di venir qui a provare che razza di baggianata sentimentale è questa? Chi volesse fondare un miglioramento delle condizioni sulla bontà di tutti gli uomini, costui scriverebbe veramente un'utopia! 
Ho già parlato della nostra "assimilazione". Non dico affatto di desiderarla. La personalità del nostro popolo è storicamente troppo gloriosa e, malgrado tutte le umiliazioni, troppo alta perché se ne abbia a desiderare la scomparsa. Ma forse noi potremmo sperderci dovunque nei popoli che ci circondano, senza che restasse traccia di noi, se ci si lasciasse in pace per due generazioni. Non ci si lascerà in pace. Dopo brevi periodi di tolleranza si ridesta sempre di nuovo l'animosità contro di noi; il nostro benessere sembra contenere qualcosa d'irritante, essendo il mondo abituato da molti secoli a vedere in noi i più spregevoli fra i povero. Inoltre non si osserva, per ignoranza o per grettezza d'animo, che il nostro benessere c'indebolisce, come Ebrei, e cancella le nostre peculiarità; soltanto l'oppressione di chi ci risospinge alla nostra stirpe, soltanto l'odio di quei che ci circondano ci rende nuovamente stranieri. 
Così noi siamo e rimaniamo, volenti o nolenti, un gruppo storico composto di membri che manifestamente appartengono a una stessa famiglia. 
Noi siamo un popolo: tal fa di noi il nemico senza che noi lo vogliamo, com'è sempre accaduto nella storia. Nei periodi di sgomento siamo compatti, e allora scopriamo improvvisamente la nostra forza. Sì, noi abbiamo la forza di costruire uno Stato, anzi uno Stato modello: abbiamo tutti i mezzi, uomini e cose, che a tal fine occorrono. 
Qui sarebbe già propriamente il luogo di parlare del nostro "materiale umano", come si dice con espressione un po' ruvida; ma devono esser prima note le linee generali del mio piano, al quale tutto devesi riferire. 

Il piano
Tutto il mio piano, nella sua forma essenziale, è straordinariamente semplice, e deve anch'esserlo, se l'hanno da capire tutti gli uomini.
 
Ci si dia la sovranità di un pezzo della superficie terrestre, che basti per i giusti bisogni del nostro popolo, e di tutto il resto ci occuperemo noi stessi. 
Il sorgere di una nuova sovranità non ha niente di ridicolo o d'impossibile. A un simile fatto abbiamo pure assistito a' nostri giorni, e si tratta di popoli che non sono, come noi, popoli di ceto medio, ma più poveri, incolti, e perciò più deboli. Il procurarci la sovranità è un interesse vitale per i governi dei paesi dove compare l'antisemitismo. 
Per assolvere tal compito, semplice come principio, ma complicato nella sua attuazione, vengono creati due grandi organi: la Society of Jews e la Jewish Company.
Quel che è stato preparato scientificamente e politicamente dalla Society of Jews, viene attuato in pratica dalla Jewish Company. 
La Jewish Company cura la liquidazione di tutti gl'interessi patrimoniali degli Ebrei che emigrano e organizza il movimento economico nel nuovo territorio. 
L'emigrazione degli Ebrei non dobbiamo figurarcela, come si è già detto, repentina: dovrà compiersi a poco per volta e durare decenni. Prima di tutto partiranno i più poveri, che dissoderanno il paese, costruiranno, secondo un piano prestabilito, strade, ponti e ferrovie, impianteranno telegrafi, regoleranno fiumi e si fabbricheranno da se le loro abitazioni. Il lavoro porta traffico, il traffico i mercati, i mercati attirano nuovi coloni; poiché ciascuno viene spontaneamente, a proprio rischio e pericolo. Il lavoro, che affondiamo nella terra, accresce il valore del paese: gli Ebrei si accorgeranno presto che per il loro spirito d'intraprendenza, fin qui odiato e spregiato, si è schiuso un nuovo campo duraturo. 
Se si vuol oggi gettar le basi d'una colonia, ciò non si può fare in quella guisa che mill'anni fa sarebbe stata l'unica possibile: è folle tornare ad antichi gradi di civiltà, come vorrebbero alcuni Sionisti. Se per esempio venissimo a trovarci nella condizione di dover purgare un paese dalle bestie feroci, non lo faremmo al modo dell'Europeo del quinto secolo; non usciremmo alla spicciolata contro gli orsi impugnando giavellotto e lancia, ma imposteremmo una grande e allegra caccia, sospingendo le belve in un sol luogo e gettando in mezzo ad esse una bomba di melinite.
Se volessimo tirar su degli edificii, non pianteremmo deboli costruzioni su palafitte in riva a un lago, ma costruiremmo come si fa adesso. Costruiremmo più arditamente e più signorilmente di quanto si sia mai praticato per l'innanzi, poiché abbiamo a disposizione dei mezzi che non esistevano ancora nella storia. 
Ai nostri strati più bassi, dal punto di vista economico, tengono gradatamente dietro quelli via via più alti. Coloro che adesso sono alla disperazione, vanno per primi; saranno guidati dalle nostre medie intelligenze, ovunque perseguitate, di cui abbiamo esuberante produzione.
Il problema della migrazione ebraica dev'essere sottoposto per mezzo del presente scritto, alla discussione generale. Ma ciò non significa che si voglia iniziare una votazione: con questo la causa sarebbe perduta a priori. Chi non vuol saperne, può restare. L'opinione contraria di singoli individui è indifferente. 
Chi consente, si schieri dietro la nostra bandiera e combatta per essa con la parola, con gli scritti, con l'azione. 
Gli Ebrei, che si convertono alla nostra idea dello Stato, si raccolgono attorno alla Society of Jews, Questa acquista per tal modo, di fronte ai governi, l'autorità di poter parlare e trattare a nome degli Ebrei. La Society, per esprimerci con un termine usato in un caso analogo nel diritto delle genti, viene riconosciuta come forza creatrice dello Stato. E con ciò anche lo Stato sarebbe formato. 
Se pertanto le Potenze si mostrano disposte a garantire al popolo ebraico la sovranità di un territorio neutrale, la Society tratterà circa il territorio da scegliersi. Due regioni son da prendersi in considerazione: la Palestina e l'Argentina. Notevoli tentativi di colonizzazione hanno avuto luogo in entrambi questi punti. Vero è però che furon fatti secondo il falso principio della graduale infiltrazione degli Ebrei. L'infiltrazione deve sempre finir male, poiché giunge di regola il momento in cui il governo, sotto la pressione della popolazione che si sente minacciata, proibisce l'ulteriore affluenza di Ebrei. L'emigrazione ha, conseguentemente, un senso solo quando il suo fondamento riposi sull'assicurazione della nostra sovranità. 
La Society of Jews entrerà in trattative con le autorità da cui attualmente dipende il territorio, e ciò sotto il protettorato delle Potenze europee, se a queste la cosa va a genio. Noi possiamo a coteste autorità garantire enormi vantaggi, addossarci una parte del loro debito pubblico, aprire vie di comunicazione, delle quali in fondo anche noi abbiam bisogno, e molt'altro ancora. E già pel sorgere dello Stato ebraico guadagnan pure i paesi circostanti, poiché, così in grande come in piccolo, la civiltà di un tratto di territorio innalza il valore delle contrade adiacenti. 

Palestina oppure Argentina?

Si deve preferir la Palestina o l'Argentina? La Society prenderà quel che le verrà dato e quello per cui si dichiara la pubblica opinione del popolo ebraico. La Society cercherà di assodare l'una cosa e l'altra.
 
"L'Argentina è uno dei paesi per lor natura più ricchi della terra, di gigantesca estensione, di scarsa popolazione e di clima temperato. La repubblica Argentina avrebbe il più grande interesse a cederci un pezzo di territorio: l'attuale infiltrazione degli Ebrei vi ha prodotto senza dubbio un certo malumore; si dovrebbe illuminare l'Argentina sulla diversità essenziale della nuova migrazione ebraica. 
La Palestina è la nostra patria storica, indimenticabile. Questo nome da solo sarebbe un richiamo di trascinante potenza per il popolo nostro. Se Sua Maestà il Sultano ci desse la Palestina, ci potremmo in cambio impegnare a sistemar completamente le finanze della Turchia; per l'Europa rappresenteremmo colà un pezzo del vallo contro l'Asia, copriremmo l'ufficio di avamposti della civiltà contro le barbarie; come Stato neutrale, rimarremmo in relazione con l'Europa intera, la quale dovrebbe garantire la nostra esistenza; per i luoghi santi della Cristianità si potrebbe trovare una forma di extraterritorialità garantita dal diritto internazionale: noi saremmo la guardia d'onore dei luoghi santi e risponderemmo colla nostra esistenza dell'adempimento di un simile dovere. Questa guardia d'onore sarebbe un gran simbolo per la soluzione del problema ebraico dopo diciotto secoli, colmi per noi d'ogni tribolazione. 

Necessità, strumento, traffico

Nel penultimo capitolo ho detto "La Jewish Company organizza il movimento economico del nuovo territorio."
 
Credo di dover intercalare alcune delucidazioni su questo punto. Un progetto, qual è il presente, è minacciato nelle sue fondamenta se le persone "pratiche" si pronunziano contro di esso. Ora, le persone pratiche sono bensì, di regola, degli empirici incapaci di uscire da una ristretta cerchia di vecchie idee: ma la loro ostilità ha pure importanza e può danneggiar molto una causa a' suoi inizi, almeno finché questa causa non è abbastanza forte per mandare a gambe all'aria i pratici con le loro idee marcite.
Quando giunse per l'Europa l'era delle ferrovie, ci furono dei pratici i quali dichiararono folle la costruzione di certe linee "perché in quei luoghi neppur la diligenza postale aveva abbastanza passeggeri." Non si sapeva ancora, a quel tempo, una verità che oggi ci sembra puerilmente semplice, o cioè che non i viaggiatori determinano il sorgere della ferrovia, ma, all'opposto, la ferrovia richiama i viaggiatori; con che naturalmente si presuppone l'esistenza d'una necessità latente. 
Rientrano nella categoria di simili "pratici" del periodo preferroviario quei tali che non riescono a capacitarsi come debba esser creato nel nuovo territorio, ancora da acquistarsi e ancor da coltivarsi, il movimento economico dei nuovi venuti. Un pratico dirà dunque press'a poco così: 
"Ammesso che le odierne condizioni degli Ebrei in molti luoghi siano insostenibili e debbano divenir sempre peggiori; ammesso che nasca il desiderio d'emigrare, ammesso perfino che gli Ebrei emigrino nel nuovo territorio, come e che cosa guadagneranno? Di che vivranno? Il traffico necessario a molti uomini non si può artificialmente impiantare da un giorno all'altro." 
A questo io rispondo. Dell'impianto artificiale di un traffico non è affatto il caso di parlare, e men che mai esso deve avvenir da un giorno all'altro. Ma se anche non si può impiantare questo traffico, promuover lo si può. Con quali mezzi? Per mezzo dello strumento d0una necessità. La necessità vuol essere riconosciuta, lo strumento vuol essere creato, e il traffico si produce poi da sé. 
Se il bisogno provato dagli Ebrei, di pervenire a miglior condizione, è vero, profondo; se lo strumento di questo bisogno, la Jewish Company, è sufficientemente forte, il traffico deve stabilirsi, nel nuovo territorio, in abbondanza. Ciò è riposto senza dubbio nel futuro, come nel futuro era riposto lo sviluppo del movimento ferroviario per gli uomini del milleottocentotrenta. Le ferrovie furono tuttavia costruite; per buona fortuna, i dubbi de' praticoni della diligenza son stati superati.


1 Cfr da pag. 28 del testo integrale (link esterno, da pag. 10/29 del file pdf).

L’invito al primo Congresso Sionista

L’invito di Leo Motzkin al Primo Congresso Sionista. Motzkin nacque nei pressi di Kiev nel 1867 e studiò a Berlino dove fondò la prima associazione nazionalistica studentesca ebraica.


Congresso Sionista di Basilea.
29, 30 e 31 agosto 1897

Biglietto di invito
per
Sig. L. Mozkin


Vestito da sera e cravatta bianca sono obbligatori
per la partecipazione alla sessione di apertura


Bibliografia
"The Story of Israel", Martin Gilbert, Carlton

Estratto dal diario di Theodor Herzl: il primo Congresso Sionista

I diari di Theodor Herzl registrano l’evoluzione del Sionismo. L’inizio della parte principale è datata 3 settembre 1897, tre giorni dopo il Congresso Sionista di Basilea, tenutosi tra il 29 e il 31 agosto 1897.

Quinto volume
Iniziato l’11 giugno
1897

[…]

3 settembre, Vienna

Il palazzo dove si è tenuto il Congresso, a Basilea (Svizzera) Gli ultimi due giorni, i più importanti dalla concezione dell’idea a Parigi fino ad oggi, sono passati velocemente. A Basilea e nel viaggio verso casa ero troppo stanco per scrivere sul diario, ma oggi è necessario più che mai, dato che gli altri sono già consapevoli che il nostro movimento è entrato nella storia.

Se dovessi riassumere il Congresso di Basilea in una frase – che dovrei fare attenzione a non dire pubblicamente – sarebbe questa: a Basilea ho fondato lo Stato ebraico. Se oggi dovessi uscirmene esplicitamente in questo modo come risposta riceverei solo risate. Forse in cinque anni, al massimo in 50, chiunque lo riconoscerà.

Uno Stato essenzialmente può essere fondato sulla volontà del popolo, ma anche su un potere individuale sufficientemente elevato (Lo Stato sono io – Luigi XIV). Il territorio è solo il materiale alla sua base; c’è sempre qualcosa di astratto in uno Stato, indipendentemente dal suo territorio. Anche il Vaticano esiste senza territorio, altrimenti il Papa non sarebbe un sovrano.

Io ho creato questa entità astratta – che è quindi invisibile alla maggior parte della gente – a Basilea. Infatti, con mezzi infinitesimali, ho gradualmente spinto le persone verso la mentalità di uno Stato e prodotto in loro la sensazione di essere loro stesse l’Assemblea Nazionale.

Uno dei miei primi pensieri pratici, già nei mesi passati, consisteva nel fatto che ognuno avrebbe dovuto partecipare alla sessione d’apertura in cravatta bianca e in frac. Questo si rivelò splendido. Essere vestiti elegantemente rende la gente altezzosa. Il tono sobrio sviluppato da questa sensazione di superbia – che non ci sarebbe stata se la gente fosse accorsa con i vestiti variopinti dell’estate – avrebbe fatto sì che io non potessi fallire nell’elevare questo tono verso la solennità.

Max Simon Nordau, cofondatore del movimento sionista.Nordau è apparso in vestito e cappotto il primo giorno e inizialmente non volle tornare a casa per mettersi il frac. L’ho preso in disparte e lo ho supplicato di farmi un favore: “oggi il presidio del Congresso Sionista non è ancora niente: dobbiamo prima stabilizzare il tutto. La gente deve prendere l’abitudine di guardare al Congresso come la cosa più esaltante e solenne”. Sembrava essersi convinto, perciò in segno di gratitudine l’ho abbracciato. Un quarto d’ora dopo si è ripresentato in frac.

La mia priorità costante di quei tre giorni di Congresso consisteva nel far dimenticare a Nordau che lui era il numero due del Congresso, dato che avrebbe potuto risentirne visibilmente la sua sicurezza in sé stesso. Ho sfruttato ogni occasione per sottolineare che io mi trovavo sulla Cattedra solo per ragioni tecniche connesse alla gente e alla mia competenza, e la precedenza su di me apparteneva a lui di diritto in tutte le altre circostanze. Questo migliorò il suo stato d’animo in qualche modo e, fortunatamente, il suo discorso ebbe più successo del mio, che era più politico, e andai da tutti i presenti pregandoli di affermare che era stato il discorso migliore del Congresso.

Allo stesso modo ho dovuto pacare altre sensibilità che erano state turbate in tutto quel trambusto. Steiner era stato ignorato durante l’elezione dei comitati e sembrava sul punto di starsi offendendo. Mi affrettai ad eleggerlo Presidente del galà di accoglienza e capo del Comitato dell’Organizzazione, dopodiché si insediò sul palco dei discorsi e impedì agli oratori di sedervisi. Mintz e alcuni altri rimasero offesi per il fatto che mi ero rivolto a loro troppo duramente per essersi seduti immobili al tavolo del Presidio anziché prendere tempo per aiutarmi nell’effettuare le procedure.

Tutto era sulle mie spalle. Non credevo che fosse così; lo capii quando me ne andai il pomeriggio del terzo giorno perché ero stanco e consegnai la presidenza a Nordau. Tutto cadde in confusione e mi fu detto in seguito che era stata una sessione caotica. Anche prima che io mi alzassi dalla sedia, le cose non stavano filando lisce. Il buon Dottor Lippe, di Jassy, essendo il membro più anziano, era seduto. Era stato accordato che avrebbe parlato per massimo dieci minuti. Nella grande commozione non mi aveva illustrato il suo discorso, e quando si alzò in piedi parlò per mezz’ora, facendo errori uno dopo l’altro. Ero seduto sotto di lui sul palco, vicino a Nordau, e ho tentato quattro volte di mandargli segnali per farlo concludere. La faccenda stava diventando ridicola.

Herzl sul palco del primo Congresso Sionista Dopo fu il mio turno e la platea mi dedicò uno scrosciante applauso. Rimasi calmo e non feci alcun inchino, così da non ridurre l’occasione ad una semplice lettura di un testo teatrale. Il Presidio fu eletto per acclamazione. Tutti noi camminavamo e il Congresso applaudiva. Ho lasciato il palco a Nordau. Parlò meravigliosamente. Il suo discorso rimarrà un monumento del nostro tempo. Quando tornò dalla Cattedra del Presidio andai da lui e gli dissi: “Monumentum aera perennium” [un monumento più resistente del bronzo].

Successivamente le relazioni procedettero secondo programma. Ed ora il motivo per cui sono dovuto andare al Palazzo Borbone per quattro anni è diventato chiaro. Ero pieno nel mio subconscio di sottigliezze procedurali. Seguendo l’esempio di Floquet, ero gentile ed energico e ho avuto cura di fare il Presidente nei momenti critici.

Ho fatto diversi errori il primo giorno, ma nel secondo, stando all’opinione generale, ho gestito la situazione. Ci furono dei momenti critici, come quando, per esempio, un certo Mandelkern si alzò in piedi per proporre una mozione di ringraziamento da parte del Congresso nei confronti del Barone Edmond di Rotschild. Io rifiutai la proposta sin dall’inizio, perché non potevamo votare in quel modo su una questione di principio di infiltrazione. Ho zittito Mandelkern dicendo che stava mettendo il Congresso nella posizione imbarazzante di dover scegliere tra ingratitudine verso un’impresa di beneficenza e l’abbandono dei princìpi. Il Congresso mi applaudì.

Vi fu anche un altro momento critico quando venne all’attenzione lo scandalo Birnbaum. Questo Birnbaum, che aveva lasciato il Sionismo in favore del socialismo tre giorni prima del mio arrivo sulla scena, affermò prepotentemente di essere il mio “predecessore”. Nella sua sfacciata lettera supplicante rivolta a me e agli altri, si proclamò come scopritore e fondatore del Sionismo, dato che aveva scritto a riguardo un piccolo trattato, come molti altri a partire da Pinsket (di cui non avevo mai saputo nulla dopo tutto).

Poster del cinquantenario del Congresso SionistaLui ora faceva la proposta attraverso alcuni giovani secondo cui il Segretario Generale del Comitato d’Azione doveva essere eletto direttamente dal Congresso e pagato da questo. E questo tizio, che non aveva altro motivo di partecipare all’Assemblea Nazionale Ebraica se non per prendere lui stesso voti e stipendio, osava compararsi a me! E anche in questo passaggio, come le sue lettere, combinava sfrontatezza a sdolcinatezze. [Disse che] il Segretario Generale, rappresentante del Congresso, avrebbe dovuto confrontarsi con gli altri 22 membri del Comitato d’Azione.

Dichiarai che non potevo immaginare come qualcuno avrebbe potuto accettare un posto nel Comitato a queste condizioni. La mozione infatti fallì miseramente. Questa è stata l’unica nota discordante nel Congresso, istigata da Schalit, un ragazzo che avevo riempito di cortesia.

La signora Sonnenschein, ebrea americana, mi disse durante questo incidente – le avrei consegnato la presidenza di Nordau – : “Ti crocifiggeranno ancora, e io sarò la tua Maria Maddalena!”.

Ad ogni modo, tutto filò abbastanza liscio. Dato che non ero presente al Congresso durante la discussione sull’insediamento, Bambus si avventurò sul palco insinuandosi in un comitato. Ho lasciato perdere quel furfante e ho anche lasciato che quel maleducato di Scheid la facesse franca, perché nel frattempo il Congresso aveva preso una tale svolta verso la grandezza che non volevo dare l’impressione di dare importanza a queste faccende così miserabili. Lasciamoli andare e che siano impiccati da qualche altra parte.

Per quanto riguarda la linea di principio, l’evento più importante – che potrebbe essere passato inosservato – fu quando ho introdotto il sistema rappresentativo, cioè l’Assemblea Nazionale. Al prossimo Congresso parteciperanno solo delegati.

Quando mi congedai da Nordau gli dissi: “l’anno prossimo le cose saranno diverse. Tu diventerai il Presidente del Congresso ed io del Comitato Esecutivo.” Non si è voluto impegnare in nessun modo…

Innumerevoli piccoli incidenti. Tutti mi domandavano di cose importanti e meno importanti. C’erano sempre quattro o cinque persone che parlavano con me contemporaneamente. Questo mi sottopose ad un enorme sforzo mentale, perché dovevo dare ad ognuno di loro una risposta esaustiva all’esatto argomento della questione. Per me era come giocare a 32 partite di scacchi contemporaneamente.

I delegati del primo Congresso SionistaE il Congresso è stato splendido. Mentre Nordau presiedeva, una volta entrai nella sala dal retro. Il lungo tavolo verde sul palco con il Presidente sulla sedia più sollevata, la piattaforma verde drappeggiata, gli stenografi nel tavolo della stampa, tutto mi diede un’impressione così forte che frettolosamente sono riuscito di nuovo, così da non perdere la mia compostezza. Più tardi capii il motivo per cui tutti gli altri erano così eccitati e in stato confusionale.

Non avevo capito quanto sarebbe apparso splendido il Congresso in questa solenne sala concerti, con le sue pareti grigio chiaro. Non avevo opinioni preconcette a riguardo, altrimenti ne sarei rimasto affascinato da subito.

E il miglior ricordo di questi giorni di Congresso per me è qualche quarto d’ora di notte passato sul balcone dell’Hotel Trois Rois con quel gentile vecchio banchiere, Gustav G. Cohen, a cui avevo dato il nomigliolo “Beaujolais fleuri”, dopo il vino francese che aveva bevuto a tavola.

Il Programma di Basilea

Il programma di Basilea, pubblicato dal primo Congresso Sionista del 1897.

Il manoscritto del Programma di Basilea

Il Sionismo si impegna per assicurare agli gli ebrei residenti in Palestina un proprio territorio nazionale sicuro e riconosciuto internazionalmente.
Il congresso pianifica le seguenti modalità per il raggiungimento di questo obiettivo:

  1. appropriata formazione di insediamenti in Palestina popolati da agricoltori ebrei, artigiani e commercianti;
  2. organizzazione e raccolta di tutti gli ebrei attraverso adeguate istituzioni locali e generali, in accordo con le leggi dei vari paesi;
  3. promozione di un sentimento e di una coscienza nazionale tra gli ebrei;
  4. fasi preparatorie per l’ottenimento del consenso dei governi come necessario per conseguire gli obiettivi del Sionismo.

Elenco delle parole chiave, dei luoghi e dei personaggi storici

1a guerra arabo-israeliana (guerra di indipendenza) (2) 2a guerra arabo-israeliana (crisi di Suez) (1) 3a guerra arabo-israeliana (guerra dei Sei Giorni) (5) 4a guerra arabo-israeliana (guerra del Kippur) (2) Aaronsohn Aaron (2) Aaronsohn Sarah (1) Abdullah I Husseini (1) Acquisti di terre (5) Adler Saul (1) Agenzia Ebraica (2) Al Fatah (1) Al-Bakr Ahmed Hassan (1) Al-Husseini Haj Amin (4) Aliyah Bet (2) All Jewish Palestine Orchestra (1) Allenby Edmund (2) Altalena (1) Alterman Natan (1) Antisemitismo (4) Approfondimenti (15) Arafat Yasser (4) Arikha Avigdor (2) Assad Hafiz (3) Assedio di Gerusalemme del 1948 (1) Attentato a Lod del 1972 (1) Attentato all'hotel King David (1) Attentato di Atene del 1968 (1) Attentato sul volo Swiss Air del 1970 (1) Attlee Clement (1) Baath (1) Balfour Arthur James (3) Banda Stern (1) Begin Menachem (7) Ben-Gurion David (9) Ben-Yehuda Eliezer (1) Ben-Zvi Yitzhak (1) Bernadotte Folke (1) Bevin Ernest (3) Bezalel School (1) Brigata Ebraica (1) Brigata Harel (1) Cailingold Esther (1) Campi di detenzione inglesi a Cipro (3) Canale di Suez (4) Carter Jimmy (1) Churchill Randolph (1) Churchill Winston (3) Cisgiordania (3) Comitati di trasferimento (1) Commissione Peel (1) Comunicazioni di servizio (1) Conferenza dei Non-Allineati di Bandung (1) Conferenza di Pace di Parigi (2) Conferenza di Pace di San Remo (1) Dayan Moshe (9) Deganya (2) Dichiarazione di Balfour (2) Documentario (4) Documenti (15) Dreyfus Alfred (2) Drusi (1) Eban Abba (1) Egitto (12) Eichmann Adolf (2) Eilat (1) EL AL (1) Erez Chaim (1) Eshkol Levi (1) Etiopia (1) Exodus (3) Falangisti maroniti (4) Farhud (1) Fascia di sicurezza a sud del Libano (1) Foley Frank (1) Fondamentalismo islamico (1) Francia (5) Franjeh Suleyman (1) Frankfurter Felix (1) Fratellanza Musulmana (1) Gemayel Bashir (3) Germania (4) Gerusalemme (6) Giordania (5) Golan (5) Gordon Aharon David (1) Goren Shlomo (1) Guerra civile del 1947 (2) Guerra civile in Libano (1975-1991) (4) Guerra civile in Yemen del 1962 (1) Guerra d'attrito (1968-1970) (1) Guerra in Libano (1982) (3) Guerra tra Iraq e Iran (1980-88) (1) Hadassah Hospital (3) Haganah (8) Haifa (2) Hamas (1) Hatem Robert (1) Hebrew University (4) Hebron (1) Herzl Theodor (4) Herzliya (1) Hezbollah (1) Histadrut (1) Hitler Adolf (3) Hobeika Ely (1) Hovevei Zion (1) Huberman Bronislaw (1) Huda Tariq Abdul (1) Hussein di Giordania (6) Hussein Saddam (2) Husseini Feisal (3) Immigrazione ebraica in Israele (2) Impero Austro-Ungarico (1) Inghilterra (10) Iran (2) Iraq (5) Irgun (5) Israel Defence Force (IDF) (8) Israele (21) Italia (1) Jabotinsky Vladimir Ze'ev (4) Jewish National Fund (JNF) (4) Jihad islamica (1) Kfar Gideon (1) Kfar Hittim (1) Khomeini Ruhollah (1) Kibbutz (3) Kissinger Henry (2) Klein Samuel (1) Knesset (1) Kollek Teddy (1) Kook Abraham Isaac (1) Lawrence d'Arabia (2) Legge del Ritorno (1) Legione Araba (2) Legione Ebraica (1) Lehi (3) Libano (7) Limitazione dell'immigrazione ebraica (2) Lingua ebraica (1) Maccabiadi (1) Magnes Judah (1) Mahal (1) Marocco (1) Maroniti (3) Marr Wilhelm (1) Meir Golda (4) Morgenthau Henry Jr (1) Morris Benny (1) Moshav (1) Mossad (2) Movimento Shalom Akhshav (1) Musulmani (1) Nachmani Yosef (1) Nahariya (1) Nakba (3) Narkiss Uzi (2) Nasser Gamal Abdel (9) Nazismo (3) Netanya (1) Nili Group (1) Nordau Max Simon (1) ONU (10) Operazione Entebbe (1) Operazione Kadesh (1) Operazione Pace in Galilea (2) Operazione Salomone (1) Operazione Tappeto Volante (2) Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) (7) Palestinesi (3) Palmach (2) Panarabismo (3) Pasha Mustafa Nahas (1) Penisola del Sinai (3) Peres Shimon (1) Prima Guerra Mondiale (5) Prima Intifada (1987) (1) Primo Congresso Sionista (4) Profughi arabi del 1948 (3) Profughi ebrei del 1948 (1) Proteste arabe per l'immigrazione ebraica (5) Quattro "no" arabi (1) Questione demografica (1) Rabin Yitzhak (9) Reggimento Palestinese (1) Repubblica Araba Unita (RAU) (2) Revisionisti (2) Reza Pahlavi Mohammed (2) Risoluzione ONU n. 181 del 1947 (2) Risoluzione ONU n. 242 del 1967 (3) Rivolta ebraica contro gli inglesi (1) Rothschild Walter (2) Rubitzov Nehemia (1) Russia (3) Sadat Anwar (4) Sadeh Yitzhak (1) Samuel Herbert (1) Sciiti (1) Seconda Guerra Mondiale (2) Senesz Hannah (1) Sereni Enzo (1) Settembre Nero (1) Settima Brigata (1) Shamir Yitzhak (2) Sharon Ariel (5) Shoah (3) Shuttle Diplomacy (1) Sionismo (24) Siria (13) Stato palestinese (1) Stern Abraham (1) Storia (22) Strage di Deir Yassin (1) Strage di Hebron (1) Strage di Monaco (1) Strage di Sabra e Chatila (2) Striscia di Gaza (2) Sunniti (1) Technion (1) Tel Aviv (1) Territori contesi (1) Terrorismo palestinese (3) The Lovers of Zion (1) Transgiordania (4) Trattative di pace tra Israele e palestinesi (1) Trattato di pace con l'Egitto del 1978 (1) Truman Harry (1) Trumpeldor Joseph (1) Turchia (4) UNRWA (1) USA (1) Ussishkin Menachem (3) Volcani Yitzhak (1) Weitz Yosef (1) Weizmann Chaim (5) Weizmann Institute (1) White Paper (1) Yadin Yigael (2) Yagur (1) Yemen (2) Yishuv (11) ZIM (1) Zion Mule Corps (1)