Introduzione

Il conflitto tra israeliani e palestinesi è uno dei più discussi e tormentati argomenti della nostra attualità. Il mondo purtroppo, ancora oggi, è pieno di guerre in corso, alcune delle quali anche molto più sanguinose; eppure la cosiddetta "questione mediorientale" occupa da sempre uno spazio di riguardo in giornali, telegiornali e media in generale. Questo perché, secondo l'opinione di molti, a questo conflitto sono collegate, più o meno direttamente, molte altre questioni nello scacchiere mediorientale che influiscono anche sulla sicurezza e quindi sulle decisioni dei paesi cosiddetti "occidentali".

Il conflitto arabo-israeliano divide ormai da decenni l'opinione pubblica mondiale: tra chi è a favore delle ragioni israeliane e chi di quelle palestinesi, i dibattiti che ne scaturiscono si trasformano facilmente scontri ideologici e spesso addirittura in questioni meramente di principio personale. Spesso nelle discussioni si finisce inevitabilmente di parlare del passato: anche nell’ammirevole tentativo di guardare al futuro alla ricerca di una soluzione plausibile che possa appacificare i due popoli, indipendentemente da ciò che è successo in passato, la storia inevitabilmente riaffiora in quasi tutti i dibattiti. Questo perché è proprio ciò che è avvenuto in passato che spiega la situazione attuale e da cui non si può prescindere per guardare avanti.

Molto spesso le opinioni personali sull'argomento sono viziate da una cattiva o insufficiente conoscenza della storia e della "mentalità" della regione. I media purtroppo non sempre approfondiscono questi elementi, mentre invece la loro conoscenza è fondamentale per la comprensione del conflitto. Capita spesso che alla storia e ai fatti realmente accaduti vengono mischiati, volontariamente o meno, particolari errati (per non dire stereotipati o addirittura fantasiosi nel deliberato tentativo di falsificare e delegittimare una delle due controparti) basando su di essi i propri punti di vista personali sul tema.

Con questo sito mi propongo l'obiettivo di raccontare la storia dello Stato di Israele nel dettaglio, dagli eventi che hanno portato alla nascita del Sionismo fino ai giorni nostri. Una corretta conoscenza della storia comporta diversi vantaggi: ci si potrà formare un'opinione personale solida e basata su fatti concreti, sarà molto più difficile essere impreparati in un dibattito con un'altra persona di opinioni diverse e le notizie diffuse da giornali e TV sul tema assumeranno una dimensione completamente diversa.

Il completamento di questo blog sarà un lavoro che richiederà del tempo: come potete vedere infatti il sito è ancora in costruzione e il lavoro da svolgere è ancora molto lungo. Spero che sarete pazienti: non perdetevi le aggiunte e gli aggiornamenti che mano mano nel tempo verranno apportati.

1871-1890 – Quadro storico europeo

L'Europa alla fine del 1800
L'Europa alla fine del 1800

Francia
In Europa è in corso la guerra franco-prussiana, scaturita da un voluto incidente diplomatico legato al cosiddetto telegramma di Ems, una missiva resa pubblica dal Bismarck e che conteneva una dichiarazione di Guglielmo I contro Napoleone III. La Francia dichiara guerra la Prussia ma dopo poche settimane dall’inizio del conflitto Napoleone III è sconfitto e imprigionato a Sédan e a Parigi viene proclamata la Terza Repubblica. Contestualmente alle truppe che difendono la città si forma la Guardia Nazionale, un corpo di 400mila volontari di chiara ispirazione democratica. Le elezioni per la costituzione di una rinnovata Assemblea Nazionale vedono però la prevalenza della destra conservatrice, che insedia a Versailles un governo provvisorio guidato da Adolphe Thyers. Quando le truppe prussiane riescono a entrare a Parigi chiedono al governo provvisorio un cospicuo riscatto come spese di guerra: la cessione di Alsazia e Lorena, e soprattutto il disarmo della Guardia Nazionale. La guardia Nazionale rifiuta però il disarmo, provvede a nuove elezioni che instaurano a Parigi un organismo municipale democratico formato da esponenti di estrema sinistra, la Comune. Il nuovo organismo si distingue per una serie di provvedimenti di ispirazione laica e democratica, come per esempio la requisizione delle case abbandonate e la sospensione degli affitti, nonché la laicizzazione dell’istruzione. Thyers vedeva la Comune come un germe pericoloso di un governo proletario e quindi decide di abbatterla. Nel maggio dello stesso anno le truppe dell’esercito regolare entrano a Parigi e dopo una settimana di scontri mettono fine alla Comune. La Francia, sotto il controllo prussiano, resta quindi soggetta al solo governo di Versailles. Thyers diventa presidente della Repubblica ma dopo due anni di incarico si trova contro la maggioranza monarchica dell’Assemblea Nazionale, che gli preferisce Mac Mahon, più vicino alle simpatie della destra clericale e aristocratica. Il nuovo presidente però deve fare i conti con lo sfavore della piccola e media borghesia repubblicana, che lo costringe alle dimissioni. Dopo due sfortunate presidenze – Grevy e Carnot - verso la fine degli anni ottanta si registra il tentativo di golpe del generale Boulanger, che tenta di vendicare Sédan ma viene sconfitto ed esiliato in Belgio.

Germania
Bismarck fa proclamare l’Impero (Reich) di Germania, la cui corona viene affidata al re di Prussia Guglielmo I, insignito del titolo di Kaiser, e di cui Bismarck diventa primo cancelliere. La personalità spregiudicata del Bismarck è la fonte di un nuovo squilibrio europeo, che identifica questo periodo storico col nome di imperialismo. Scopo del Bismarck è l’isolamento politico della Francia, che cova sentimenti di vendetta (revanscismo) nei confronti del nemico prussiano. A questo scopo Bismarck sancisce un’alleanza con le altre due monarchie assolute dell’est Europa (patto dei tre imperatori) - che compatta i rapporti con Russia e Austria e rende isolata la Francia.

Russia
Lo Zar Alessandro II introduce una politica reazionaria abbandonando il riformismo, e con l’aiuto di Bismarck riesce a ottenere importanti sbocchi strategici sul Mar Nero e sul Mediterraneo; inoltre coinvolge l’Impero Austro-Ungarico nella repressione dell’impero Ottomano a cui viene sottratta la Bulgaria. Col trattato di Santo Stefano la Bulgaria viene sottratta agli Ottomani e diventa uno stato satellite dell’Impero Russo. L’espansionismo di Alessandro II però intimorisce molti stati europei che convocano il Congresso di Berlino per dirimere la cosiddetta questione d’oriente: Romania, Serbia e Montenegro diventano indipendenti, la Bulgaria resta un principato della Russia ma con forti limitazioni territoriali. Alessandro II vive queste imposizioni come una sconfitta e i rapporti tra Germania e Russia si deteriorano. Bismarck cerca di proteggersi stipulando un accordo bilaterale con l’Austria, che nel 1882 viene esteso all’Italia con la formazione della triplice alleanza. Sotto la pesante influenza di Bismarck, l’Italia rinuncia alla riconquista delle Venezie e si lascia coinvolgere nella politica antifrancese. Alessandro II viene ucciso da un oppositore e gli succede Alessandro III, con il quale Bismarck stipula un trattato di controassicurazione: si tratta dell’impegno per le due potenze a non attaccarsi a vicenda nel caso in cui una terza potenza dichiari loro guerra. La mossa di Bismarck serviva a rendere la Francia ancora più isolata nel panorama europeo e a mantenere saldi i rapporti con la Russia, che in caso di conflitto con la Francia avrebbe potuto sferrare un attacco nelle zone scoperte. Questa alleanza è l’ultimo atto diplomatico del Bismarck, che viene destituito dal nuovo Kaiser Guglielmo II, sovrano militarista e poco incline alla diplomazia.

Impero Austro-Ungarico
L’assolutismo austriaco deve fare i conti con la rivolta dei boemi, che pretendono una maggiore considerazione per la loro lingua e cultura, a cui il governo centrale di Vienna risponde con l’istituzione dell’università di Praga e con l’introduzione della lingua ceca nei documenti ufficiali accanto al tedesco. Nel contempo si assiste in Ungheria a una marginalizzazione delle minoranze linguistiche.

Italia
Il neonato regno deve fare i conti con una crisi finanziaria che obbliga il governo a una politica fiscale piuttosto dura per consentire il pareggio del bilancio. Il ministro Minghetti, leader della destra storica, si dimette e sale al potere la sinistra, guidata dall’ex cavouriano Agostino Depretis, che resterà al governo fino alla fine del secolo. Le mire espansionistiche italiane subiscono una battuta d’arresto quando la Francia occupa la Tunisia: Depretis, sebbene filofrancese, stipula un accordo con la Germania e con l’Austria (triplice alleanza) causando le ire dei patrioti irredentisti che vedevano sfumare il sogno della riconquista delle Venezie. Uno di loro, Guglielmo Oberdan, cercherà di assassinare l’imperatore Francesco Giuseppe, ma verrà scoperto e giustiziato. La crisi con la Francia prosegue quando l’Italia si accorda con la Gran Bretagna per la conservazione della propria posizione nel Mediterraneo orientale, zona di influenza francese. A Depretis succede Francesco Crispi.

Gran Bretagna
In piena età vittoriana si assiste a un avvicendamento tra Gladstone e Disraeli, quest’ultimo di ispirazione conservatrice e filo-colonialista. Sotto Disraeli il colonialismo inglese assume una forte spinta propulsiva che non si arresta neanche al ritorno dei Gladstone. Il nuovo governo Gladstone soccombe però quando il primo ministro propone una sorta di autogoverno (Home Rule) per l’Irlanda, che avrebbe sancito una lesa maestà per la sovranità britannica.


Bibliografia

Il termine “antisemitismo”

Wilhelm Marr
Wilhem Marr
Il termine fu coniato dal nazionalista Wilhelm Marr (1819-1904) come eufemismo di Judenhass («odio degli ebrei»). Egli stesso era convinto che gli ebrei della Germania non dovessero essere integrati nella società in quanto in conflitto da sempre con i tedeschi. Tale conflitto, che gli ebrei a suo dire stavano vincendo dato che si erano impadroniti della finanza e dell’industria della Germania, aveva avuto origine secondo lui proprio da differenze di razza. Tale conflitto si sarebbe concluso solo con la fine di una delle due controparti, dunque se avessero vinto gli ebrei sarebbe stata la fine per la Germania. Per impedire che questo si verificasse Marr nel 1879 fondò la “Lega Antisemita” (Antisemiten-Liga), la prima vera organizzazione che aveva l’obiettivo specifico di eliminare la minaccia degli ebrei nello Stato tedesco.

La parola antisemitismo etimologicamente parlando si riferisce all’odio nei confronti dei popoli semiti (cioè quelli che parlano lingue appartenenti al gruppo semitico, tra cui l'arabo, l'ebraico, l'aramaico e l'amarico); nella fattispecie però viene utilizzata per indicare unicamente l’odio per gli ebrei. Perché dunque si usa questo termine se il significato etimologico della parola non corrisponde esattamente al senso che si vuole darle?
Il termine in realtà, etimologicamente parlando, non si riferiva ai soli ebrei ma a tutti i popoli semiti. Il “semitismo” in realtà è un ceppo linguistico, benché la parola semita derivi da Sem, personaggio biblico figlio di Noè, che insieme a Cham e Jafet avrebbero generato tutta l’umanità dopo il Diluvio Universale (da Sem si sarebbero generati i popoli mediorientali, da Cham i quelli africani e da Jafet quelli europei).

Al di là di ciò che dice la Bibbia, alcune analisi genetiche sui popoli genericamente indicati come “semiti” condividono una certa affinità che confermerebbe la discendenza da antenati linguistici comuni, ma in realtà il termine si riferisce unicamente ad un ceppo linguistico e non ad una razza a sé. Il dibattito a riguardo tuttavia è ancora aperto.

Nonostante tutte queste imprecisioni ed incertezze, il termine antisemitismo, coniato da Wilhelm Marr, negli anni è diventato di uso comune ed oggi si riferisce unicamente all’odio nei confronti degli ebrei. Anche se il “semitismo” inteso come razza non è comprovato all’unanimità, pur avendo i popoli semiti dei caratteri fisici e genetici comuni.


Bibliografia
Wikipedia Italia (Antisemitismo - Wilhelm Marr - Semiti) che cita a sua volta varie fonti primarie.

Herzl e la "National Home" ebraica: il Sionismo

Il processo a Dreyfus
Il processo a Dreyfus
Theodor Herzl, giornalista ungherese di religione ebraica, si trovava a Vienna quando nel 1894 l'esercito francese accusò un ufficiale ebreo, il Capitano Alfred Dreyfus, di essere una spia tedesca. Il processo a Dreyfus, che alla fine fu giudicato colpevole di alto tradimento (anche sulla base di documenti rivelatisi in seguito falsi), spaccò letteralmente l'opinione pubblica francese che si divise in innocentisti e colpevolisti e generò anche diverse manifestazioni anti-ebraiche in Francia. Il processo era chiaramente motivato da sentimenti antisemiti e creò sdegno tra gli ebrei di tutto il mondo. Dreyfus, infatti, fu accusato di tradimento sulla base di un biglietto anonimo e non datato ritrovato in mille pezzi in un cestino dell'immondizia, con sopra riportato un elenco di documenti francesi relativi all'organizzazione militare da inviare ad un addetto dell'ambasciata tedesca a Parigi. In realtà nei ranghi dell'esercito francese echeggiava già da tempo la parola “tradimento”, con cui si cercava di spiegare la sconfitta subìta a Sédan nella guerra contro la Prussia. In conseguenza a questo ritrovamento l'accusa fu mossa a Dreyfus in quanto le indagini si incentrarono sin da subito sui giovani ufficiali, escludendo aprioristicamente gli ufficiali dello Stato maggiore in quanto di provenienza nobile: nell'elenco dei giovani ufficiali, tra tutti fu notato il suo cognome ebraico di origine tedesca.

Inviato a Parigi dal giornale viennese per cui lavorava, Herzl seguì da vicino il processo a Dreyfus e rimase colpito dall'intensità del sentimento anti-ebraico che si sviluppò in Francia. Giunse così alla conclusione che il popolo ebraico non avrebbe mai potuto raggiungere un benessere e un'integrazione perfetta permanente nelle nazioni in cui era presente come minoranza.

Tornato a Vienna, Herzl propose una risposta alle ingiustizie dell'antisemitismo, che consisteva nel movimento chiamato Sionismo. Secondo questa ideologia, solo vivendo in un territorio a nazionalità ebraica gli ebrei possono essere completamente al sicuro dall'antisemitismo; infatti l’odio nei loro confronti si è più volte manifestato nella storia, sin dal Medioevo, e il suo ritorno in un’epoca in cui era ormai data per scontata la loro totale integrazione (dopo l’Illuminismo e la Rivoluzione Francese) era la prova evidente che mai senza un loro Stato avrebbero potuto vivere in piena sicurezza. Inoltre, questo territorio doveva corrispondere all'antico Regno di Israele, la Palestina, regione all'epoca appartenente all'Impero Ottomano e gestita dal Sultano turco.

Il "J'Accuse", l'editoriale scritto da Emile Zola in forma di lettera diretta al Presidente della Repubblica francese con lo scopo di denunciare le irregolarità e le illegalità del processo a cui fu sottoposto Dreyfus. Querelato, fu condannato a un anno di carcere e a 3000 franchi di ammenda. Per ulteriori informazioni clicca qui.
Il "J'Accuse", l'editoriale scritto da
Emile Zola in forma di lettera
diretta al Presidente della Repubblica
francese con lo scopo di denunciare
le irregolarità e le illegalità del processo
a cui fu sottoposto Dreyfus.
Querelato, fu condannato a un anno di
carcere e a 3000 franchi di ammenda.
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Herzl viaggiò a lungo in cerca di supporto, nel 1896 pubblicò Der Judenstaat (“Lo Stato ebraico”) con cui teorizzava le modalità della nascita di uno Stato per gli ebrei, e nel 1897 tenne una conferenza a Basilea in Svizzera. Delegati arrivarono da tutto il mondo, la maggior parte di essi giunsero dalla Russia, altri dal Canada, dagli USA, dall'Inghilterra e da altri paesi dell'Europa Occidentale.

Il primo Congresso Sionista pubblicò un documento chiamato “il Programma di Basilea” destinato sia agli ebrei dispersi nella Diaspora che alle nazioni nelle quali essi vivevano. Gli obiettivi che si proponeva erano quanto mai ambiziosi: la frase di apertura dichiarava “l'obiettivo finale del Sionismo consiste nell'assicurare agli ebrei residenti in Palestina un proprio territorio nazionale sicuro e riconosciuto internazionalmente”. Il ritorno nella Terra Promessa di Israele, che per duemila anni era stato solo una aspirazione spirituale e sentimentale, trovò una forma pratica: il Sionismo, il ritorno a Sion.

Questo divenne l'obiettivo politico che i leader ebrei perseguirono in seguito attraverso la diplomazia internazionale. Gli ebrei si erano dichiarati una nazione: una nazione che sapeva dove si trovava il suo territorio e che era determinata a stabilirvisi.

Theodor Herzl
Theodor Herzl
Il congresso sionista di Basilea stabilì quattro punti fondamentali da mettere in pratica per raggiungere l'obiettivo. Il primo di questi consisteva nell'insediamento crescente e persistente di agricoltori ebrei nella Palestina turca; il secondo nell'organizzare ed unire gli ebrei di tutto il mondo attraverso la creazione di gruppi che diffondessero gli obiettivi del Sionismo: questi non dovevano esistere in clandestinità, ma in conformità delle leggi locali degli Stati in cui essi si trovavano; il terzo consisteva nel promuovere una coscienza nazionale negli ebrei della Diaspora, coinvolgendoli direttamente nel tentativo di raggiungere gli obiettivi che il Sionismo si proponeva; il quarto consisteva nell'organizzare un appoggio politico per ottenere il supporto di vari governi del mondo per la causa Sionista.

Dopo il primo congresso sionista, Herzl viaggiò a lungo in cerca di un riconoscimento internazionale del diritto ebraico ad un proprio territorio. Andò a Costantinopoli ed incontrò il Sultano turco, ma non riuscì a convincerlo a concedere agli ebrei un territorio che fosse al di fuori del controllo Ottomano. Incontrò anche il Kaiser tedesco, Guglielmo II di Germania, ma questo era più interessato ad aumentare l'influenza tedesca in Palestina con la costruzione di chiese ed ospedali.


Bibliografia
InStoria - Cronologia - "The Story of Israel", Martin Gilbert, Carlton

“Der Judenstaat”: lo Stato ebraico

Nel 1896 Herzl pubblicò Der Judenstaat (“lo Stato ebraico”), che può essere considerato in un certo senso il manifesto del Sionismo. Potete consultare l’opera integrale, tradotta in italiano, sul sito Torah.it, raggiungibile cliccando sui seguenti collegamenti esterni.

Di seguito potete leggere l’estratto della prima parte dell’opera (“parte generale”). Herzl spiega i motivi che lo spingono a pensare che l’antisemitismo sia una questione non risolvibile senza la fondazione di uno Stato specificamente per gli ebrei; propone due territori sui quali si potrebbe creare tale Stato (Argentina o Palestina); infine spiega le modalità di realizzazione di tale ambizioso progetto. E’ consigliata la lettura dell’opera integrale per un più chiaro quadro delle idee di Herzl.

Il problema ebraico
La misera condizione degli ebrei nessuno la disconoscerà. In tutti i paesi dove essi vivono in numero considerevole, vengono più o meno perseguitati. L'uguaglianza dei diritti è quasi dappertutto effettivamente abolita ai loro danni, anche se esiste nella legge. Già le cariche di una qualche importanza nell'esercito, negli uffici pubblici e privati, son per loro inaccessibili. Si tenta di cacciarli dal movimento commerciale: "Non comprate da Ebrei".
 
Gli attacchi nei parlamenti, nei comizi, nella stampa, dai pulpiti delle chiese, per la strada, in viaggio - esclusione da certi alberghi - e perfino nei luoghi di divertimento, crescono di giorno in giorno. Le persecuzioni hanno diverso carattere secondo i paesi ed i ceti sociali. In Russia si taglieggiano i villaggi degli Ebrei, in Rumenia si accoppa un paio di uomini, in Germania, se se ne offre il destro, si bastonano, in Austria gli antisemiti terrorizzano tutta la vita pubblica, in Algeria compaiono dei predicatori ambulanti che aizzano contro gli Ebrei, a Parigi la cosiddetta miglior società si ritira e i circoli si chiudono di fronte ad essi. Le sfumature non si contano. Del resto qui non si deve tentare una patetica enumerazione di tutte le pene ebraiche; non ci vogliamo indugiare su particolari, per quanto dolorosi essi siano. 
Non mi propongo d'invocare per noi un sentimento di commozione: tutto ciò è vano, inutile e poco dignitoso. Mi limito a domandare agli Ebrei se non sia vero che nei luoghi, dove vivono in numero considerevole, la posizione degli avvocati, dei medici, dei tecnici, degli insegnanti e degli impiegati d'ogni specie, Ebrei, diviene sempre più insostenibile; se non sia vero che tutto il nostro ceto medio ebraico è seriamente minacciato; se non sia vero che contro i nostri ricchi vengono aizzate tutte le passioni della plebaglia; se non sia vero che i nostri poveri soffrono molto più duramente di qualsiasi altro proletariato. 
Credo che l'oppressione esista dappertutto. Negli strati ebraici economicamente superiori essa produce un disagio; negli strati medi c'è un affanno grave, cupo; in quelli inferiori la nuda disperazione. 
E' un fatto che si finisce dappertutto nella stessa musica, la quale può riassumersi nel classico grido berlinese: Fuori gli Ebrei! 
Ora io enuncerò il problema ebraico nella sua forma più concisa: dobbiamo ormai andarcene "fuori"? e dove? 
Oppure possiamo ancora restare? e quanto? Sbrighiamo per prima cosa la questione del restare. Possiamo noi sperare in tempi migliori, armarci di pazienza, e attendere, rassegnati in Dio, che i principi e i popoli della terra siano venuti a più benigne  disposizioni a nostro riguardo? Io dico che non possiamo aspettarci alcuna improvvisa deviazione della corrente. Perché? I principi - anche quelli ai quali noi stiamo altrettanto a cuore quanto gli altri cittadini - non possono difenderci: attirerebbero sopra la loro persona l'odio di cui son oggetto gli ebrei, se mostrassero troppa benevolenza verso di questi. E sotto la parola "troppa" si ha da intendere meno di quella che pretende ogni comun cittadino od ogni razza. 
I popoli fra i quali abitano gli Ebrei, sono tutti quanti, velatamente o no, antisemiti. 
Il volgo non ha alcuna intelligenza storica, né può averne: non sa che le colpe del medioevo ridondano addosso sui popoli europei. Noi siamo ciò che di noi si è fatto nei ghetti. Abbiamo indubbiamente conseguita una superiorità nella negoziazione del denaro perché ad essa siamo stati spinti nell'età di mezzo. Si ripete adesso il medesimo fenomeno: ci si sospinge di nuovo al negozio di denaro, che oggi si chiama Borsa, precludendoci tutti gli altri cespiti di guadagno; siamo nella Borsa, ed ecco che questo diviene una nuova fonte di disprezzo verso di noi. Con ciò noi produciamo senza posa intelligenze medie, che non trovano alcuno sfogo e costituiscono pertanto un pericolo sociale simile a quello dei patrimoni che aumentano. Gli Ebrei colti nullatenenti cadono adesso in braccio al socialismo. La battaglia sociale dovrebbe dunque in ogni caso esser combattuta a spese nostre, poiché così nel campo capitalistico, come nel socialistico, stiamo nei punti più esposti. 

Tentativi di soluzione sin qui fatti

I mezzi artificiali, che si sono finora impiegati per rimediare alla misera condizione degli Ebrei, furono o troppo gretti - come le diverse colonizzazioni - o stortamente ideati, come i tentativi per far degli Ebrei dei contadini nella lor patria attuale.
 
Che cosa si è fatto, invero, portando un par di mila Ebrei in un'altra regione O prosperano, e allora nasce, insieme al loro patrimonio, l'antisemitismo - oppure vanno subito in ruina. Dei tentativi sin qui fatti, di trasferire i poveri Ebrei in altri paesi, ci siamo già occupati innanzi. Il trasferimento è in ogni caso insufficiente e senza scopo, se non precisamente contrario allo scopo: la soluzione viene per esso soltanto aggiornata, strascicata e forse perfino intralciata. 
Ma chi degli Ebrei vuol fare tanti agricoltori, è preso in un errore ben strano; poiché il contadino è una categoria storica, e ciò si riconosce benissimo dal suo modo di vestire, che nella maggior parte dei paesi è vecchio di secoli, come pure da' suoi utensili, che sono esattamente dell'età patriarcale. Il suo aratro è ancora tal quale, ed egli semina dal grembiale, miete con la falce e trebbia col coreggiato. Ma noi sappiamo che adesso per tutto ciò vi sono delle macchine; l'America deve riportar vittoria sull'Europa allo stesso modo che il latifondo estirpa il piccolo possesso. 
Il contadino è adunque una figura che si può metter tra quelle che vanno a scomparire; se lo si conserva artificialmente, ciò avviene in grazia degl'interessi politici a cui deve servire. Il voler fare dei nuovi contadini secondo l'antica ricetta è un'impresa assurda e folle: nessuno è abbastanza ricco o potente per far camminare a ritroso la civiltà con la violenza; già il mentenimento di uno stato di civiltà antiquato è un tremendo compito, pel quale a mala pena bastano i mezzi coattivi anche di uno Stato retto autocraticamente. 
Si vorrebbe pertanto pretender dall'Ebreo, che è intelligente, ch'egli diventi un contadino dell'antico stampo? Ciò sarebbe precisamente come se gli si dicesse: "Eccoti una balestra, va' alla guerra!" Come? con una balestra, mentre gli altri hanno armi di piccolo calibro e cannoni Krupp? Gli Ebrei, che si vorrebbero incontadinire, hanno pienamente ragione di se, in tali circostanze, non si muovono dal loro posto. La balestra è una bell'arma e mi dà un'ispirazione elegiaca, quando ho tempo. Ma appartiene al museo. 
Ora, vi sono senza dubbio regioni, dove gli Ebrei, in preda alla disperazione, si danno perfino alla coltivazione della terra, o vorrebbero darvisi; e allora si verifica il fatto che questi punti - come l'Assia in Germania e diverse province della Russia - sono i principali focolai dell'antisemitismo.
Poiché i filantropi che mandano l'Ebreo ad arare, dimenticano un'importantissima persona, che ha molto, ma molto diritto di metter bocca. E questa è il contadino. Anche il contadino ha ragione da vendere. Le tasse fondiarie, i rischi del raccolto, l'oppressione dei grossi possidenti, che lavorano più a buon mercato, e specialmente la concorrenza americana gli rendono la vita abbastanza amara. Inoltre i dazi sul grano non possono crescere all'infinito. Non si può in fondo lasciar morir di fame neppure l'operaio industriale; anzi, siccome la sua influenza è in ascesa, si deve usargli sempre maggiori riguardi. 
Tutte queste difficoltà sono ben note, e le ricordo perciò solo fuggevolmente. Volevo soltanto accennare quanto destituiti di valore furono i tentativi di soluzione fatti sin qui con intenti ben determinati e, nella maggior parte dei casi, anche lodevoli. Né il trapiantamento, né l'artificiale depressione del livello spirituale posson servire a nulla; del miracoloso sistema dell'assimilazione abbiam già detto1. 
Con simili mezzi non si può vincere l'antisemitismo: esso non può esser rimosso fin tanto che non sian rimosse le sue cause. Ma queste sono removibili? 

Cause dell'antisemitismo
Noi parliamo adesso non più delle ragioni sentimentali, dei vecchi pregiudizi e delle vecchie gretterie, ma delle ragioni politiche ed economiche. Il nostro antisemitismo odierno non può esser scambiato con l'odio nutrito contro gli Ebrei per motivi religiosi nei tempi anteriori, sebbene cotest'odio in certi paesi assuma anche presentemente un colorito confessionale. La grande molla del movimento ostile agli Ebrei è oggi un'altra: nei paesi in cui l'antisemitismo principale risiede, esso è una conseguenza dell'emancipazione ebraica. Quando i popoli civili scorsero l'inumanità delle leggi d'eccezione e ci restituirono la libertà, la liberazione venne troppo tardi: noi non eravamo più legalmente emancipabili nei luoghi ove avevamo fin allora dimorato. Ci eravamo evoluti nel ghetto in modo strano, fino a diventare un popolo di ceto medio, e ne uscimmo per essere una temibile concorrenza al ceto medio. Così ci trovammo improvvisamente, dopo l'emancipazione, nella cerchia della borghesia e quivi abbiamo da sostenere una doppia pressione, dal di contro e dal di fuori. La borghesia Cristiana non sarebbe invero del tutto aliena dal sacrificarci al socialismo; senonché questo gioverebbe a poco.
 
Tuttavia, dove per gli Ebrei esiste, nella legge, il pareggiamento dei diritti, non si può più abolire; non solamente perché sarebbe contrario alla coscienza moderna, ma anche perché farebbe schierare immediatamente tutti gli Ebrei, poveri e ricchi, dal lato dei partiti sovversivi. 
A dir vero, non si può far niente di efficace contro di noi. Una volta si portavan via agli Ebrei i lori gioielli; ma come si potrebbe agguantar oggi il loro patrimonio liquido? Esso se ne sta al sicuro in pezzetti di carta stampati, che sono chiusi in qualche parte del mondo, forse in casseforti cristiane. Ora, si può senza dubbio colpire con tasse le azioni e le obbligazioni di ferrovie, di banche, d'imprese industriali d'ogni genere, e, dove esiste la tassa di ricchezza mobile, si può anche metter le mani sull'intero complesso del patrimonio liquido: ma tutti i tentativi di questa specie non possono essere diretti contro i soli Ebrei, e dove si volesse tentare qualcosa di simile, si sperimenterebbero tosto delle gravi crisi economiche, le quali non si limiterebbero davvero agli Ebrei che vengon colpiti per primi. Per quest'impossibilità di attaccare gli Ebrei non fa che rafforzarsi ed inasprirsi l'odio. Nelle popolazioni l'antisemitismo cresce giorno per giorno, ora per ora, e deve ancora crescere poiché le cause perdurano e non si posson rimuovere. La causa remota è lo smarrimento della nostra facoltà di assimilarci, sopraggiunto nel medioevo; la causa prossima è la nostra superproduzione d'intelligenze medie che non hanno né un deflusso verso il basso, né uno sfogo verso l'alto, cioè nessun sano deflusso e nessun sano innalzamento: verso il basso diveniamo proletari, sovversivi, costituendo i sottufficiali d'ogni partito rivoluzionario; e contemporaneamente cresce verso l'alto la nostra terribile potenza finanziaria. 

Effetti dell'antisemitismo
L'oppressione, esercitata ai nostri danni, non ci rende migliori. Noi non siamo diversi dagli altri uomini: non amiamo i nostri nemici, è verissimo. Ma sol chi è capace di vincer se stesso, potrà farcene un carico. L'oppressione produce in noi naturalmente un'animosità contro i nostri oppressori; e quest'animosità fa crescere a sua volta l'oppressione. E' impossibile uscire da questo circolo vizioso.
 
"Eppure!" diranno certi teneri sognatori "eppure è possibile! E precisamente col ricondurre gli uomini alla bontà." 
Ho proprio bisogno di venir qui a provare che razza di baggianata sentimentale è questa? Chi volesse fondare un miglioramento delle condizioni sulla bontà di tutti gli uomini, costui scriverebbe veramente un'utopia! 
Ho già parlato della nostra "assimilazione". Non dico affatto di desiderarla. La personalità del nostro popolo è storicamente troppo gloriosa e, malgrado tutte le umiliazioni, troppo alta perché se ne abbia a desiderare la scomparsa. Ma forse noi potremmo sperderci dovunque nei popoli che ci circondano, senza che restasse traccia di noi, se ci si lasciasse in pace per due generazioni. Non ci si lascerà in pace. Dopo brevi periodi di tolleranza si ridesta sempre di nuovo l'animosità contro di noi; il nostro benessere sembra contenere qualcosa d'irritante, essendo il mondo abituato da molti secoli a vedere in noi i più spregevoli fra i povero. Inoltre non si osserva, per ignoranza o per grettezza d'animo, che il nostro benessere c'indebolisce, come Ebrei, e cancella le nostre peculiarità; soltanto l'oppressione di chi ci risospinge alla nostra stirpe, soltanto l'odio di quei che ci circondano ci rende nuovamente stranieri. 
Così noi siamo e rimaniamo, volenti o nolenti, un gruppo storico composto di membri che manifestamente appartengono a una stessa famiglia. 
Noi siamo un popolo: tal fa di noi il nemico senza che noi lo vogliamo, com'è sempre accaduto nella storia. Nei periodi di sgomento siamo compatti, e allora scopriamo improvvisamente la nostra forza. Sì, noi abbiamo la forza di costruire uno Stato, anzi uno Stato modello: abbiamo tutti i mezzi, uomini e cose, che a tal fine occorrono. 
Qui sarebbe già propriamente il luogo di parlare del nostro "materiale umano", come si dice con espressione un po' ruvida; ma devono esser prima note le linee generali del mio piano, al quale tutto devesi riferire. 

Il piano
Tutto il mio piano, nella sua forma essenziale, è straordinariamente semplice, e deve anch'esserlo, se l'hanno da capire tutti gli uomini.
 
Ci si dia la sovranità di un pezzo della superficie terrestre, che basti per i giusti bisogni del nostro popolo, e di tutto il resto ci occuperemo noi stessi. 
Il sorgere di una nuova sovranità non ha niente di ridicolo o d'impossibile. A un simile fatto abbiamo pure assistito a' nostri giorni, e si tratta di popoli che non sono, come noi, popoli di ceto medio, ma più poveri, incolti, e perciò più deboli. Il procurarci la sovranità è un interesse vitale per i governi dei paesi dove compare l'antisemitismo. 
Per assolvere tal compito, semplice come principio, ma complicato nella sua attuazione, vengono creati due grandi organi: la Society of Jews e la Jewish Company.
Quel che è stato preparato scientificamente e politicamente dalla Society of Jews, viene attuato in pratica dalla Jewish Company. 
La Jewish Company cura la liquidazione di tutti gl'interessi patrimoniali degli Ebrei che emigrano e organizza il movimento economico nel nuovo territorio. 
L'emigrazione degli Ebrei non dobbiamo figurarcela, come si è già detto, repentina: dovrà compiersi a poco per volta e durare decenni. Prima di tutto partiranno i più poveri, che dissoderanno il paese, costruiranno, secondo un piano prestabilito, strade, ponti e ferrovie, impianteranno telegrafi, regoleranno fiumi e si fabbricheranno da se le loro abitazioni. Il lavoro porta traffico, il traffico i mercati, i mercati attirano nuovi coloni; poiché ciascuno viene spontaneamente, a proprio rischio e pericolo. Il lavoro, che affondiamo nella terra, accresce il valore del paese: gli Ebrei si accorgeranno presto che per il loro spirito d'intraprendenza, fin qui odiato e spregiato, si è schiuso un nuovo campo duraturo. 
Se si vuol oggi gettar le basi d'una colonia, ciò non si può fare in quella guisa che mill'anni fa sarebbe stata l'unica possibile: è folle tornare ad antichi gradi di civiltà, come vorrebbero alcuni Sionisti. Se per esempio venissimo a trovarci nella condizione di dover purgare un paese dalle bestie feroci, non lo faremmo al modo dell'Europeo del quinto secolo; non usciremmo alla spicciolata contro gli orsi impugnando giavellotto e lancia, ma imposteremmo una grande e allegra caccia, sospingendo le belve in un sol luogo e gettando in mezzo ad esse una bomba di melinite.
Se volessimo tirar su degli edificii, non pianteremmo deboli costruzioni su palafitte in riva a un lago, ma costruiremmo come si fa adesso. Costruiremmo più arditamente e più signorilmente di quanto si sia mai praticato per l'innanzi, poiché abbiamo a disposizione dei mezzi che non esistevano ancora nella storia. 
Ai nostri strati più bassi, dal punto di vista economico, tengono gradatamente dietro quelli via via più alti. Coloro che adesso sono alla disperazione, vanno per primi; saranno guidati dalle nostre medie intelligenze, ovunque perseguitate, di cui abbiamo esuberante produzione.
Il problema della migrazione ebraica dev'essere sottoposto per mezzo del presente scritto, alla discussione generale. Ma ciò non significa che si voglia iniziare una votazione: con questo la causa sarebbe perduta a priori. Chi non vuol saperne, può restare. L'opinione contraria di singoli individui è indifferente. 
Chi consente, si schieri dietro la nostra bandiera e combatta per essa con la parola, con gli scritti, con l'azione. 
Gli Ebrei, che si convertono alla nostra idea dello Stato, si raccolgono attorno alla Society of Jews, Questa acquista per tal modo, di fronte ai governi, l'autorità di poter parlare e trattare a nome degli Ebrei. La Society, per esprimerci con un termine usato in un caso analogo nel diritto delle genti, viene riconosciuta come forza creatrice dello Stato. E con ciò anche lo Stato sarebbe formato. 
Se pertanto le Potenze si mostrano disposte a garantire al popolo ebraico la sovranità di un territorio neutrale, la Society tratterà circa il territorio da scegliersi. Due regioni son da prendersi in considerazione: la Palestina e l'Argentina. Notevoli tentativi di colonizzazione hanno avuto luogo in entrambi questi punti. Vero è però che furon fatti secondo il falso principio della graduale infiltrazione degli Ebrei. L'infiltrazione deve sempre finir male, poiché giunge di regola il momento in cui il governo, sotto la pressione della popolazione che si sente minacciata, proibisce l'ulteriore affluenza di Ebrei. L'emigrazione ha, conseguentemente, un senso solo quando il suo fondamento riposi sull'assicurazione della nostra sovranità. 
La Society of Jews entrerà in trattative con le autorità da cui attualmente dipende il territorio, e ciò sotto il protettorato delle Potenze europee, se a queste la cosa va a genio. Noi possiamo a coteste autorità garantire enormi vantaggi, addossarci una parte del loro debito pubblico, aprire vie di comunicazione, delle quali in fondo anche noi abbiam bisogno, e molt'altro ancora. E già pel sorgere dello Stato ebraico guadagnan pure i paesi circostanti, poiché, così in grande come in piccolo, la civiltà di un tratto di territorio innalza il valore delle contrade adiacenti. 

Palestina oppure Argentina?

Si deve preferir la Palestina o l'Argentina? La Society prenderà quel che le verrà dato e quello per cui si dichiara la pubblica opinione del popolo ebraico. La Society cercherà di assodare l'una cosa e l'altra.
 
"L'Argentina è uno dei paesi per lor natura più ricchi della terra, di gigantesca estensione, di scarsa popolazione e di clima temperato. La repubblica Argentina avrebbe il più grande interesse a cederci un pezzo di territorio: l'attuale infiltrazione degli Ebrei vi ha prodotto senza dubbio un certo malumore; si dovrebbe illuminare l'Argentina sulla diversità essenziale della nuova migrazione ebraica. 
La Palestina è la nostra patria storica, indimenticabile. Questo nome da solo sarebbe un richiamo di trascinante potenza per il popolo nostro. Se Sua Maestà il Sultano ci desse la Palestina, ci potremmo in cambio impegnare a sistemar completamente le finanze della Turchia; per l'Europa rappresenteremmo colà un pezzo del vallo contro l'Asia, copriremmo l'ufficio di avamposti della civiltà contro le barbarie; come Stato neutrale, rimarremmo in relazione con l'Europa intera, la quale dovrebbe garantire la nostra esistenza; per i luoghi santi della Cristianità si potrebbe trovare una forma di extraterritorialità garantita dal diritto internazionale: noi saremmo la guardia d'onore dei luoghi santi e risponderemmo colla nostra esistenza dell'adempimento di un simile dovere. Questa guardia d'onore sarebbe un gran simbolo per la soluzione del problema ebraico dopo diciotto secoli, colmi per noi d'ogni tribolazione. 

Necessità, strumento, traffico

Nel penultimo capitolo ho detto "La Jewish Company organizza il movimento economico del nuovo territorio."
 
Credo di dover intercalare alcune delucidazioni su questo punto. Un progetto, qual è il presente, è minacciato nelle sue fondamenta se le persone "pratiche" si pronunziano contro di esso. Ora, le persone pratiche sono bensì, di regola, degli empirici incapaci di uscire da una ristretta cerchia di vecchie idee: ma la loro ostilità ha pure importanza e può danneggiar molto una causa a' suoi inizi, almeno finché questa causa non è abbastanza forte per mandare a gambe all'aria i pratici con le loro idee marcite.
Quando giunse per l'Europa l'era delle ferrovie, ci furono dei pratici i quali dichiararono folle la costruzione di certe linee "perché in quei luoghi neppur la diligenza postale aveva abbastanza passeggeri." Non si sapeva ancora, a quel tempo, una verità che oggi ci sembra puerilmente semplice, o cioè che non i viaggiatori determinano il sorgere della ferrovia, ma, all'opposto, la ferrovia richiama i viaggiatori; con che naturalmente si presuppone l'esistenza d'una necessità latente. 
Rientrano nella categoria di simili "pratici" del periodo preferroviario quei tali che non riescono a capacitarsi come debba esser creato nel nuovo territorio, ancora da acquistarsi e ancor da coltivarsi, il movimento economico dei nuovi venuti. Un pratico dirà dunque press'a poco così: 
"Ammesso che le odierne condizioni degli Ebrei in molti luoghi siano insostenibili e debbano divenir sempre peggiori; ammesso che nasca il desiderio d'emigrare, ammesso perfino che gli Ebrei emigrino nel nuovo territorio, come e che cosa guadagneranno? Di che vivranno? Il traffico necessario a molti uomini non si può artificialmente impiantare da un giorno all'altro." 
A questo io rispondo. Dell'impianto artificiale di un traffico non è affatto il caso di parlare, e men che mai esso deve avvenir da un giorno all'altro. Ma se anche non si può impiantare questo traffico, promuover lo si può. Con quali mezzi? Per mezzo dello strumento d0una necessità. La necessità vuol essere riconosciuta, lo strumento vuol essere creato, e il traffico si produce poi da sé. 
Se il bisogno provato dagli Ebrei, di pervenire a miglior condizione, è vero, profondo; se lo strumento di questo bisogno, la Jewish Company, è sufficientemente forte, il traffico deve stabilirsi, nel nuovo territorio, in abbondanza. Ciò è riposto senza dubbio nel futuro, come nel futuro era riposto lo sviluppo del movimento ferroviario per gli uomini del milleottocentotrenta. Le ferrovie furono tuttavia costruite; per buona fortuna, i dubbi de' praticoni della diligenza son stati superati.


1 Cfr da pag. 28 del testo integrale (link esterno, da pag. 10/29 del file pdf).

L’invito al primo Congresso Sionista

L’invito di Leo Motzkin al Primo Congresso Sionista. Motzkin nacque nei pressi di Kiev nel 1867 e studiò a Berlino dove fondò la prima associazione nazionalistica studentesca ebraica.


Congresso Sionista di Basilea.
29, 30 e 31 agosto 1897

Biglietto di invito
per
Sig. L. Mozkin


Vestito da sera e cravatta bianca sono obbligatori
per la partecipazione alla sessione di apertura


Bibliografia
"The Story of Israel", Martin Gilbert, Carlton

Estratto dal diario di Theodor Herzl: il primo Congresso Sionista

I diari di Theodor Herzl registrano l’evoluzione del Sionismo. L’inizio della parte principale è datata 3 settembre 1897, tre giorni dopo il Congresso Sionista di Basilea, tenutosi tra il 29 e il 31 agosto 1897.

Quinto volume
Iniziato l’11 giugno
1897

[…]

3 settembre, Vienna

Il palazzo dove si è tenuto il Congresso, a Basilea (Svizzera) Gli ultimi due giorni, i più importanti dalla concezione dell’idea a Parigi fino ad oggi, sono passati velocemente. A Basilea e nel viaggio verso casa ero troppo stanco per scrivere sul diario, ma oggi è necessario più che mai, dato che gli altri sono già consapevoli che il nostro movimento è entrato nella storia.

Se dovessi riassumere il Congresso di Basilea in una frase – che dovrei fare attenzione a non dire pubblicamente – sarebbe questa: a Basilea ho fondato lo Stato ebraico. Se oggi dovessi uscirmene esplicitamente in questo modo come risposta riceverei solo risate. Forse in cinque anni, al massimo in 50, chiunque lo riconoscerà.

Uno Stato essenzialmente può essere fondato sulla volontà del popolo, ma anche su un potere individuale sufficientemente elevato (Lo Stato sono io – Luigi XIV). Il territorio è solo il materiale alla sua base; c’è sempre qualcosa di astratto in uno Stato, indipendentemente dal suo territorio. Anche il Vaticano esiste senza territorio, altrimenti il Papa non sarebbe un sovrano.

Io ho creato questa entità astratta – che è quindi invisibile alla maggior parte della gente – a Basilea. Infatti, con mezzi infinitesimali, ho gradualmente spinto le persone verso la mentalità di uno Stato e prodotto in loro la sensazione di essere loro stesse l’Assemblea Nazionale.

Uno dei miei primi pensieri pratici, già nei mesi passati, consisteva nel fatto che ognuno avrebbe dovuto partecipare alla sessione d’apertura in cravatta bianca e in frac. Questo si rivelò splendido. Essere vestiti elegantemente rende la gente altezzosa. Il tono sobrio sviluppato da questa sensazione di superbia – che non ci sarebbe stata se la gente fosse accorsa con i vestiti variopinti dell’estate – avrebbe fatto sì che io non potessi fallire nell’elevare questo tono verso la solennità.

Max Simon Nordau, cofondatore del movimento sionista.Nordau è apparso in vestito e cappotto il primo giorno e inizialmente non volle tornare a casa per mettersi il frac. L’ho preso in disparte e lo ho supplicato di farmi un favore: “oggi il presidio del Congresso Sionista non è ancora niente: dobbiamo prima stabilizzare il tutto. La gente deve prendere l’abitudine di guardare al Congresso come la cosa più esaltante e solenne”. Sembrava essersi convinto, perciò in segno di gratitudine l’ho abbracciato. Un quarto d’ora dopo si è ripresentato in frac.

La mia priorità costante di quei tre giorni di Congresso consisteva nel far dimenticare a Nordau che lui era il numero due del Congresso, dato che avrebbe potuto risentirne visibilmente la sua sicurezza in sé stesso. Ho sfruttato ogni occasione per sottolineare che io mi trovavo sulla Cattedra solo per ragioni tecniche connesse alla gente e alla mia competenza, e la precedenza su di me apparteneva a lui di diritto in tutte le altre circostanze. Questo migliorò il suo stato d’animo in qualche modo e, fortunatamente, il suo discorso ebbe più successo del mio, che era più politico, e andai da tutti i presenti pregandoli di affermare che era stato il discorso migliore del Congresso.

Allo stesso modo ho dovuto pacare altre sensibilità che erano state turbate in tutto quel trambusto. Steiner era stato ignorato durante l’elezione dei comitati e sembrava sul punto di starsi offendendo. Mi affrettai ad eleggerlo Presidente del galà di accoglienza e capo del Comitato dell’Organizzazione, dopodiché si insediò sul palco dei discorsi e impedì agli oratori di sedervisi. Mintz e alcuni altri rimasero offesi per il fatto che mi ero rivolto a loro troppo duramente per essersi seduti immobili al tavolo del Presidio anziché prendere tempo per aiutarmi nell’effettuare le procedure.

Tutto era sulle mie spalle. Non credevo che fosse così; lo capii quando me ne andai il pomeriggio del terzo giorno perché ero stanco e consegnai la presidenza a Nordau. Tutto cadde in confusione e mi fu detto in seguito che era stata una sessione caotica. Anche prima che io mi alzassi dalla sedia, le cose non stavano filando lisce. Il buon Dottor Lippe, di Jassy, essendo il membro più anziano, era seduto. Era stato accordato che avrebbe parlato per massimo dieci minuti. Nella grande commozione non mi aveva illustrato il suo discorso, e quando si alzò in piedi parlò per mezz’ora, facendo errori uno dopo l’altro. Ero seduto sotto di lui sul palco, vicino a Nordau, e ho tentato quattro volte di mandargli segnali per farlo concludere. La faccenda stava diventando ridicola.

Herzl sul palco del primo Congresso Sionista Dopo fu il mio turno e la platea mi dedicò uno scrosciante applauso. Rimasi calmo e non feci alcun inchino, così da non ridurre l’occasione ad una semplice lettura di un testo teatrale. Il Presidio fu eletto per acclamazione. Tutti noi camminavamo e il Congresso applaudiva. Ho lasciato il palco a Nordau. Parlò meravigliosamente. Il suo discorso rimarrà un monumento del nostro tempo. Quando tornò dalla Cattedra del Presidio andai da lui e gli dissi: “Monumentum aera perennium” [un monumento più resistente del bronzo].

Successivamente le relazioni procedettero secondo programma. Ed ora il motivo per cui sono dovuto andare al Palazzo Borbone per quattro anni è diventato chiaro. Ero pieno nel mio subconscio di sottigliezze procedurali. Seguendo l’esempio di Floquet, ero gentile ed energico e ho avuto cura di fare il Presidente nei momenti critici.

Ho fatto diversi errori il primo giorno, ma nel secondo, stando all’opinione generale, ho gestito la situazione. Ci furono dei momenti critici, come quando, per esempio, un certo Mandelkern si alzò in piedi per proporre una mozione di ringraziamento da parte del Congresso nei confronti del Barone Edmond di Rotschild. Io rifiutai la proposta sin dall’inizio, perché non potevamo votare in quel modo su una questione di principio di infiltrazione. Ho zittito Mandelkern dicendo che stava mettendo il Congresso nella posizione imbarazzante di dover scegliere tra ingratitudine verso un’impresa di beneficenza e l’abbandono dei princìpi. Il Congresso mi applaudì.

Vi fu anche un altro momento critico quando venne all’attenzione lo scandalo Birnbaum. Questo Birnbaum, che aveva lasciato il Sionismo in favore del socialismo tre giorni prima del mio arrivo sulla scena, affermò prepotentemente di essere il mio “predecessore”. Nella sua sfacciata lettera supplicante rivolta a me e agli altri, si proclamò come scopritore e fondatore del Sionismo, dato che aveva scritto a riguardo un piccolo trattato, come molti altri a partire da Pinsket (di cui non avevo mai saputo nulla dopo tutto).

Poster del cinquantenario del Congresso SionistaLui ora faceva la proposta attraverso alcuni giovani secondo cui il Segretario Generale del Comitato d’Azione doveva essere eletto direttamente dal Congresso e pagato da questo. E questo tizio, che non aveva altro motivo di partecipare all’Assemblea Nazionale Ebraica se non per prendere lui stesso voti e stipendio, osava compararsi a me! E anche in questo passaggio, come le sue lettere, combinava sfrontatezza a sdolcinatezze. [Disse che] il Segretario Generale, rappresentante del Congresso, avrebbe dovuto confrontarsi con gli altri 22 membri del Comitato d’Azione.

Dichiarai che non potevo immaginare come qualcuno avrebbe potuto accettare un posto nel Comitato a queste condizioni. La mozione infatti fallì miseramente. Questa è stata l’unica nota discordante nel Congresso, istigata da Schalit, un ragazzo che avevo riempito di cortesia.

La signora Sonnenschein, ebrea americana, mi disse durante questo incidente – le avrei consegnato la presidenza di Nordau – : “Ti crocifiggeranno ancora, e io sarò la tua Maria Maddalena!”.

Ad ogni modo, tutto filò abbastanza liscio. Dato che non ero presente al Congresso durante la discussione sull’insediamento, Bambus si avventurò sul palco insinuandosi in un comitato. Ho lasciato perdere quel furfante e ho anche lasciato che quel maleducato di Scheid la facesse franca, perché nel frattempo il Congresso aveva preso una tale svolta verso la grandezza che non volevo dare l’impressione di dare importanza a queste faccende così miserabili. Lasciamoli andare e che siano impiccati da qualche altra parte.

Per quanto riguarda la linea di principio, l’evento più importante – che potrebbe essere passato inosservato – fu quando ho introdotto il sistema rappresentativo, cioè l’Assemblea Nazionale. Al prossimo Congresso parteciperanno solo delegati.

Quando mi congedai da Nordau gli dissi: “l’anno prossimo le cose saranno diverse. Tu diventerai il Presidente del Congresso ed io del Comitato Esecutivo.” Non si è voluto impegnare in nessun modo…

Innumerevoli piccoli incidenti. Tutti mi domandavano di cose importanti e meno importanti. C’erano sempre quattro o cinque persone che parlavano con me contemporaneamente. Questo mi sottopose ad un enorme sforzo mentale, perché dovevo dare ad ognuno di loro una risposta esaustiva all’esatto argomento della questione. Per me era come giocare a 32 partite di scacchi contemporaneamente.

I delegati del primo Congresso SionistaE il Congresso è stato splendido. Mentre Nordau presiedeva, una volta entrai nella sala dal retro. Il lungo tavolo verde sul palco con il Presidente sulla sedia più sollevata, la piattaforma verde drappeggiata, gli stenografi nel tavolo della stampa, tutto mi diede un’impressione così forte che frettolosamente sono riuscito di nuovo, così da non perdere la mia compostezza. Più tardi capii il motivo per cui tutti gli altri erano così eccitati e in stato confusionale.

Non avevo capito quanto sarebbe apparso splendido il Congresso in questa solenne sala concerti, con le sue pareti grigio chiaro. Non avevo opinioni preconcette a riguardo, altrimenti ne sarei rimasto affascinato da subito.

E il miglior ricordo di questi giorni di Congresso per me è qualche quarto d’ora di notte passato sul balcone dell’Hotel Trois Rois con quel gentile vecchio banchiere, Gustav G. Cohen, a cui avevo dato il nomigliolo “Beaujolais fleuri”, dopo il vino francese che aveva bevuto a tavola.

Il Programma di Basilea

Il programma di Basilea, pubblicato dal primo Congresso Sionista del 1897.

Il manoscritto del Programma di Basilea

Il Sionismo si impegna per assicurare agli gli ebrei residenti in Palestina un proprio territorio nazionale sicuro e riconosciuto internazionalmente.
Il congresso pianifica le seguenti modalità per il raggiungimento di questo obiettivo:

  1. appropriata formazione di insediamenti in Palestina popolati da agricoltori ebrei, artigiani e commercianti;
  2. organizzazione e raccolta di tutti gli ebrei attraverso adeguate istituzioni locali e generali, in accordo con le leggi dei vari paesi;
  3. promozione di un sentimento e di una coscienza nazionale tra gli ebrei;
  4. fasi preparatorie per l’ottenimento del consenso dei governi come necessario per conseguire gli obiettivi del Sionismo.

“J’accuse” di Emile Zola

Traduzione italiana della lettera aperta “J'accuse” di Emile Zola al Presidente della Repubblica Francese Félix Faure in difesa di Alfred Dreyfus. Pubblicata il 13 gennaio 1898 sul giornale francese L’Aurore come editoriale, costerà all’autore un anno di carcere e un’ammenda di 3000 franchi francesi.

Emile Zola«Monsieur le Président

permettetemi, grato, per la benevola accoglienza che un giorno mi avete fatto, di preoccuparmi per la Vostra giusta gloria e dirvi che la Vostra stella, se felice fino ad ora, è minacciata dalla più offensiva ed inqualificabile delle macchie. Avete conquistato i cuori, Voi siete uscito sano e salvo da grosse calunnie. Apparite raggiante nell’apoteosi di questa festa patriottica che l’alleanza russa ha rappresentato per la Francia e Vi preparate a presiedere al trionfo solenne della nostra esposizione universale, che coronerà il nostro grande secolo di lavoro, di libertà e di verità.

Ma quale macchia di fango sul Vostro nome, stavo per dire sul Vostro regno – soltanto quell’abominevole affare Dreyfus! Per ordine di un consiglio di guerra è stato scagionato Esterhazy, ignorando la verità e qualsiasi giustizia. È finita, la Francia ha sulla guancia questa macchia, la storia scriverà che sotto la Vostra presidenza è stato possibile commettere questo crimine sociale. E poiché è stato osato, oserò anche io. La verità, la dirò io, poiché ho promesso di dirla, se la giustizia, regolarmente osservata non la proclamasse interamente. Il mio dovere è di parlare, non voglio essere complice. Le mie notti sarebbero abitate dallo spirito dell’uomo innocente che espia laggiù nella più spaventosa delle torture un crimine che non ha commesso. Ed è a Voi signor presidente, che io griderò questa verità, con tutta la forza della mia rivolta di uomo onesto. In nome del Vostro onore, sono convinto che la ignoriate. E a chi dunque denuncerò se non a Voi, primo magistrato del paese?

Per prima cosa, la verità sul processo e sulla condanna di Dreyfus. Un uomo cattivo, ha condotto e fatto tutto: è il luogotenente colonnello del Paty di Clam, allora semplice comandante. La verità sull’affare Dreyfus la saprà soltanto quando un’inchiesta legale avrà chiarito i suoi atti e le sue responsabilità. Appare come lo spirito più fumoso, più complicato, ricco di intrighi romantici compiacendosi al modo dei romanzi feuilletons, carte sparite, lettere anonime, appuntamenti in luoghi deserti, donne misteriose che accaparrano prove durante gli appuntamenti. È lui che immaginò di dettare l’elenco a Dreyfus, è lui che sognò di studiarlo in una parte rivestita di ghiaccio, è lui che il comandante Forzinetti ci rappresenta armato di una lanterna, volendo farsi introdurre vicino l’accusato addormentato, per proiettare sul suo viso un brusco raggio di luce e sorprendere così il suo crimine nel momento del risveglio. Ed io non ho da dire altro che se si cerca si troverà.

Dichiaro semplicemente che il comandante del Paty di Clam incaricato di istruire la causa Dreyfus, come ufficiale giudiziario nel seguire l’ordine delle date e delle responsabilità, è il primo colpevole del terribile errore giudiziario che è stato commesso. L’elenco era già da tempo nelle mani del colonnello Sandherr direttore dell’ufficio delle informazioni, morto dopo di paralisi generale. Ebbero luogo delle fughe, carte sparivano come ne spariscono oggi e l’autore dell’elenco era ricercato quando a priori si decise poco a poco che l’autore non poteva essere che un ufficiale di stato maggiore e un ufficiale dell’artiglieria: doppio errore evidente che mostra con quale spirito superficiale si era studiato questo elenco, perché un esame ragionato dimostra che non poteva agire soltanto un ufficiale di truppa. Si cercava dunque nella casa, si esaminavano gli scritti come un affare di famiglia, un traditore da sorprendere dagli uffici stessi per espellerlo. E senza che voglia rifare qui una storia conosciuta solo in parte, entra in scena il comandante del Paty di Clam da quando il primo sospetto cade su Dreyfus. A partire da questo momento, è lui che ha inventato il caso Dreyfus, l’affare è diventato il suo affare, si fa forte nel confondere le tracce, di condurlo all’inevitabile completamento.

C’è il ministro della guerra, il generale Mercier, la cui intelligenza sembra mediocre; c’è il capo dello stato maggiore, il generale de Boisdeffre che sembra aver ceduto alla sua passione clericale ed il sottocapo dello stato maggiore, il generale Gonse la cui coscienza si è adattata a molti. Ma in fondo non c’è che il comandante di Paty di Clam che li conduce tutti perché si occupa anche di spiritismo, di occultismo, conversa con gli spiriti. Non si potrebbero concepire le esperienze alle quali egli ha sottomesso l’infelice Dreyfus, le trappole nelle quali ha voluto farlo cadere, le indagini pazze, le enormi immaginazioni, tutta una torturante demenza.

Ah! Questo primo affare è un incubo per chi lo conosce nei suoi veri dettagli! Il comandante del Paty di Clam, arresta Dreyfus e lo mette nella segreta. Corre dalla signora Dreyfus, la terrorizza dicendole che se parla il marito è perduto. Durante questo tempo, l’infelice si strappava la carne, gridava la sua innocenza. E la vicenda è stata progettata così come in una cronaca del XV secolo, in mezzo al mistero, con la complicazione di selvaggi espedienti, tutto ciò basato su una sola prova superficiale,questo elenco sciocco, che era soltanto una tresca volgare, che era anche più impudente delle frodi poiché i ”famosi segreti” consegnati erano tutti senza valore. Se insisto è perché il nodo è qui da dove usciva più tardi il vero crimine, il rifiuto spaventoso di giustizia di cui la Francia è malata. [...]

Ma questa lettera è lunga signor presidente, ed è tempo di concludere. Accuso il luogotenente colonnello de Paty di Clam di essere stato l’operaio diabolico dell’errore giudiziario, in incoscienza, io lo voglio credere, e di aver in seguito difeso la sua opera nociva, da tre anni, con le macchinazioni più irragionevoli e più colpevoli. Accuso il generale Marcire di essersi reso complice, almeno per debolezza di spirito, di una delle più grandi iniquità del secolo. Accuso il generale Billot di aver avuto tra le mani le prove certe dell’innocenza di Dreyfus e di averle soffocate, di essersi reso colpevole di questo crimine di lesa umanità e di lesa giustizia, per uno scopo politico e per salvare lo stato maggiore compromesso. Accuso il generale de Boisdeffre ed il generale Gonse di essersi resi complici dello stesso crimine, uno certamente per passione clericale, l’altro forse con questo spirito di corpo che fa degli uffici della guerra l’arcata santa, inattaccabile. Accuso il generale De Pellieux ed il comandante Ravary di avere fatto un’indagine scellerata, intendendo con ciò un’indagine della parzialità più enorme, di cui abbiamo nella relazione del secondo un imperituro monumento di ingenua audacia. Accuso i tre esperti in scrittura i signori Belhomme, Varinard e Couard, di avere presentato relazioni menzognere e fraudolente, a meno che un esame medico non li dichiari affetti da una malattia della vista e del giudizio. Accuso gli uffici della guerra di avere condotto nella stampa, particolarmente nell’Eclair e nell’Eco di Parigi, una campagna abominevole, per smarrire l’opinione pubblica e coprire il loro difetto. Accuso infine il primo consiglio di guerra di aver violato il diritto, condannando un accusato su una parte rimasta segreta, ed io accuso il secondo consiglio di guerra di aver coperto quest’illegalità per ordine, commettendo a sua volta il crimine giuridico di liberare consapevolmente un colpevole.

Formulando queste accuse, non ignoro che mi metto sotto il tiro degli articoli 30 e 31 della legge sulla stampa del 29 luglio 1881, che punisce le offese di diffamazione. Ed è volontariamente che mi espongo. Quanto alla gente che accuso, non li conosco, non li ho mai visti, non ho contro di loro né rancore né odio. Sono per me solo entità, spiriti di malcostume sociale. E l’atto che io compio non è che un mezzo rivoluzionario per accelerare l’esplosione della verità e della giustizia. Ho soltanto una passione, quella della luce, in nome dell’umanità che ha tanto sofferto e che ha diritto alla felicità. La mia protesta infiammata non è che il grido della mia anima. Che si osi dunque portarmi in assise e che l’indagine abbia luogo al più presto.

Aspetto

Vogliate gradire, signor presidente, l’assicurazione del mio profondo rispetto.»

La colonizzazione della terra

Mappa degli insediamenti ebraici dal 1881 al 1914 (clicca per ingrandire)

All’epoca del primo Congresso Sionista di Basilea nel 1897, circa 20 mila ebrei già vivevano in Palestina: questi erano in maggioranza agricoltori, altri, soprattutto a Gerusalemme e nella città di Safed, erano ebrei ortodossi. La maggior parte degli agricoltori era arrivata durante i precedenti 30 anni, molti per sfuggire alle persecuzioni in Russia, ispirati da un movimento che può definirsi il precursore del sionismo, chiamato Hovevei Zion (“amanti di Sion”). Altri vivevano nella regione da tempo immemore.

Il Kibbutz Deganya, il primo kibbutz fondato nel 1909, a sud del mare di Galilea. La zona era difficile da coltivare data la sua locazione geografica, ma i pionieri erano determinati nel farla fiorire. I kibbutzim servivano per promuovere gli ideali di comunanza nazionale tra persone con provenienza e origini diverseI Congressi Sionisti si riunivano ogni anno per proseguire l’opera di stabilizzazione di una “National Home” in Palestina. Nel 1901, quattro anni dopo il primo Congresso, un fondo speciale denominato Jewish National Fund (JNF) fu istituito per acquistare terre nella regione, sulle quali gli ebrei avrebbero potuto insediarsi e lavorare. I soldi del fondo provenivano da tutto il mondo, donati dagli ebrei che erano rimasti affascinati dagli ideali sionisti.

Si iniziò lentamente. Solo tre anni dopo l’istituzione del JNF, tempo necessario per avere il denaro sufficiente, si potè procedere con il primo acquisto: il Kfar Hittim (il Villaggio del Grano) in Galilea. I primi pionieri sionisti che vivevano lì erano ebrei provenienti dalla città polacca di Lodz. Come in tutte le terre acquistate c’era un duro lavoro da compiere nei campi, nel mezzo del pericolo della malaria e dell’ostilità dei Beduini che non accettavano estranei nella zona.

Aharon David Gordon Per proteggersi dagli attacchi, gli immigrati ebrei misero appunto una propria organizzazione di autodifesa. Ma era necessario anche proseguire nel diffondere gli ideali sionisti anche tra la gente che era già giunta nella regione. Uno dei principali mentori in tal senso fu Aharon David Gordon, che aveva circa cinquant’anni quando lasciò un tranquillo mestiere di scrivano in Russia per andare in Palestina a spiegare a tutti i nuovi arrivati gli ideali che avrebbero dovuto seguire per ottenere il “supremo atto” di redenzione personale, nazionale e universale, che si sarebbe tradotto con la rinascita di Israele.

Riguardo il comportamento dei nuovi arrivati nei confronti della popolazione araba, Gordon era empatico: “la nostra attitudine nei loro confronti deve essere di umanità, e di coraggio morale, la quale deve restare sempre al primo posto, anche se la controparte non è proprio come la si vorrebbe. Anzi, la sua ostilità deve essere proprio la ragione della nostra umanità”.

Eliezer Ben-Yehuda Cambiamenti enormi ebbero luogo nella vita degli ebrei in Palestina nei primi 10 anni del ‘900. La più importante per la futura coesione nazionale e per la facilitazione della capacità di lavorare insieme fu la trasformazione della lingua ebraica – in precedenza utilizzata solo ed esclusivamente per pregare – in un linguaggio di tutti i giorni. Questo rese capaci di comunicare e conversare tra loro migranti che parlavano Yiddish (provenienti dai paesi dell’est Europa), russo, polacco, inglese, francese e molti altri linguaggi.

La prima scuola di lingua ebraica fu fondata nel porto di Giaffa nel 1906. In quello stesso anno fu fondato a Gerusalemme anche un centro di lingua ebraica per arti e mestieri, la Bezalel School. Nel frattempo, un immigrato ebreo proveniente dalla Russia, Eliezer Ben-Yehuda, lavorava 18 ore al giorno per compilare il primo dizionario di ebraico moderno, traendo termini ebraici dalla Bibbia e adattandoli alle necessità della società moderna in cui il treno, il telefono e anche l’automobile erano diventati parte integrante della vita quotidiana. Il primo dei sei volumi fu pubblicato nel 1910.

Inaugurazione di Tel Aviv, 1909Ebrei e arabi vivevano gli uni accanto agli altri nelle città della regione palestinese. Solo a Gerusalemme gli ebrei costituivano la maggioranza sin dai primi anni del 1800. Il movimento sionista volle costruire una città interamente ebraica. Fu scelto un luogo sulle dune di sabbia della costa mediterranea, nei pressi del sovraffollato porto di Giaffa. Chiamarono la città Tel Aviv (che significa “Collina della Primavera”). Era il 1909. Nello stesso anno nacque a Deganya, a sud del mare di Galilea, la prima fattoria collettiva, meglio conosciuta come Kibbutz.

La Dichiarazione di Balfour

Membri del Zion Mule Corps. La bandiera raffigurata nella foto è del 16esimo plotone del Battaglione di Londra e raffigurava le stelle di David sopra il simbolo dell'Union Jack

Con l’avvento della Prima Guerra Mondiale nel 1914, l’Inghilterra attaccò l’Impero Ottomano su tre fronti: Mesopotamia (oggi Iraq), Gallipoli e deserto del Sinai. Considerando che gli ebrei della Palestina confidavano nel fatto che una sconfitta turca avrebbe loro permesso di fondare il loro Stato, le autorità ottomane si insospettirono e ne espulsero molti dalla regione attraverso il Sinai verso verso la zona dell’Egitto controllata dagli inglesi. Altri ebrei palestinesi furono portati in Siria e costretti a costruire strade.

Vladimir Jabotinsky Quelli che raggiunsero l’Egitto furono disposti a collaborare con l’Inghilterra, sperando di condurre i turchi fuori dalla Palestina per contribuire alla costruzione del futuro Stato. Due ebrei nati in Russia che vivevano a Il Cairo convinsero gli inglesi alla messa a punto di un’unità dell’esercito interamente ebraica. Uno di questi, Joseph Trumpeldor, perse un braccio dieci anni prima combattendo nell’esercito russo contro i giapponesi nell’Estremo Oriente. L’altro, Vladimir Jabotinsky (che in seguito cambiò nome, come si usava fare all’epoca, sostituendolo con Ze’ev), era in Egitto come corrispondente di un giornale russo. Il primo atto dell’azione militare ebraica ebbe luogo nella Penisola di Gallipoli. Il corpo speciale del Zion Mule Corps fu assunto specificamente per supportare le truppe alleate nelle trincee sotto i continui bombardamenti degli Ottomani.

Aaron AaronsohnDietro le linee turche, un gruppo di ebrei palestinesi conosciuto come Nili Group (dall’acronimo ebraico della frase tratta dal libro di Samuel “Netzah Yisrael lo yeshakker”: la forza di Israele non mentirà) forniva agli inglesi informazioni importantissime di intelligence sulla posizione delle forze nemiche nonché sul modo migliore di avanzare nel deserto del Sinai verso la Palestina.

Una di queste spie, la rumena Sarah Aaronsohn, fu catturata dai turchi e in seguito alle crudeli torture che subì si suicidò. Suo fratello, Aaron Aaronsohn, che aveva speso gli anni passati a sviluppare l’agricoltura in Palestina (introducendovi il farro), andò in Inghilterra a convincere i politici inglesi che incontrava circa le enormi potenzialità della Palestina di diventare un luogo con un’agricoltura fiorente basata sull’impresa ebraica.

Chaim Weizmann Un altro ebreo andò in Inghilterra prima della Guerra Mondiale: si trattava del chimico russo Chaim Weizmann, il quale diede un aiuto essenziale nello sviluppo di esplosivi. Divenuto capo del movimento Sionista in Inghilterra, persuase molti leader inglesi nell’appoggiare la nascita di uno Stato ebraico in Palestina.

Arthur James Balfour Come riconoscenza per l’aiuto dato all’esercito inglese dal Nili Group e sperando di spingere gli ebrei di Russia e Stati Uniti a stimolare i loro governi nel supportare la guerra contro la Germania, il segretario agli affari esteri Arthur James Balfour il 2 novembre 1917 inviò una lettera a Lord Rothschild, il leader dell’ebraismo inglese, promettendo la nascita di un focolare ebraico (“National Home”) in Palestina in caso di sconfitta dei Turchi. L’Inghilterra, prometteva la Dichiarazione di Balfour, avrebbe usato “tutti i suoi mezzi” (“their best endeavours”) per far sì che questa National Home diventasse realtà. Il sogno di Herzl auspicato venti anni prima era molto vicino a tradursi in realtà.

Anche durante lo svolgimento della Prima Guerra Mondiale, mentre il dominio turco gravava ancora pesantemente sulla regione, un sistema ebraico di educazione dei bambini fu mantenuto in Palestina. Tra i nati nel Kibbutz di Deganya in questo periodo vi fu Moshe Dayan, un futuro capo militare israeliano e ministro della Difesa.

Elenco delle parole chiave, dei luoghi e dei personaggi storici

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